Le ricorrenze, come quella in corso degli 800 anni della morte di San Francesco, adempiono al loro compito se non servono solo a ricordare, ma riescono a provocare un coinvolgimento esistenziale, per cui diventano doni di grazia. Sotto questo profilo, senza far torto a opere importanti pubblicate per questa occasione centenaria, vorrei fare riferimento a due testi che, nella loro essenzialità, mi pare riescano ad aprirci non alla tradizionale leggenda, ma al duro messaggio di San Francesco: alla sua portata spirituale non meno che sociale. Ne sono autori il teologo e filosofo urbinate Italo Mancini e la cantautrice e poetessa statunitense Patti Smith.
La «follia sublime» di Francesco
Giusto quarant’anni fa Raffaele Crovi, editor di Camunia, pubblicava un prezioso volumetto dal titolo Tre follie. Ne era autore un prete noto come originale pensatore: Italo Mancini (1925-1993), il quale vi aveva raccolto le conversazioni radiofoniche che aveva tenuto nel 1985 nella rubrica “I giorni”: «un piccolo libro», lo definiva don Italo, ma importante, tanto che lo additava come il suo «fraterno testamento», in quanto rivelava che cosa aveva «pensato, creduto, sperato».
Un volume che, vent’anni fa, ho ripubblicato presso l’editrice Città Aperta, nella convinzione che esso offrisse spunti che, pur occasionati dalla contingenza, provocavano una riflessione tutt’altro che effimera, a partire dall’intervento che dà il titolo al libro: Tre follie (pp. 115-116).
Quali sono queste tre forme di follia? Mancini le denomina: crudele, insensata e sublime. “Follia crudele” è quella dei «sofferenti per le tante forme di malattia mentale, che dovrebbero fare di questi malati, innocenti e sofferenti, il prossimo nostro». “Follia insensata” è «la follia del quotidiano e delle sue immediatezze. Di chi si inginocchia di fronte all’inautentico, ai bisogni indotti e crudeli, la follia di quelli che bruciano incenso senza riserva critica davanti a tutti gli idoli. […] È la follia che non dobbiamo volere, come non si vuole la peste, la fame, la guerra».
“Follia sublime” è quella che «guida la vita con la sua logica straordinaria. Come quella di Gesù che accetta la croce per il male degli altri». Proprio questa è «la follia di Francesco, quando dichiara dolce stare con i lebbrosi. È la filosofia dei santi».
La santa follia di esistere per gli altri
Ed «è questa (ecco il punto su cui riflettere) la santa follia di chi vive per partecipare, di chi esiste-per-gli-altri (soprattutto se sofferenti, malriusciti o peccatori), di chi ha il coraggio di dire: chi non urla per la pace, per le minoranze ghettizzate, per la dignità della vita non può cantare l’alleluja».
Ecco, con semplicità e forza, colto il senso del Vangelo sine glossa di Francesco, il quale non divide l’amore di Dio da quello degli uomini. In questo “farsi prossimo” (espressione cara al cardinale Martini) sta anche il senso della democrazia da Bergson a Péguy, da Maritain a Mounier.
Patti Smith e il ritorno di Francesco
L’altro personaggio che segnalo è Patti Smith, di cui è stata pubblicata all’inizio di quest’anno una poesia intitolata Where Francis Walked e tradotta in italiano da p. Antonio Spadaro, Dove Francesco ha camminato, che l’ha anche commentata (su “Robinson”, il supplemento culturale di la Repubblica dell’8 febbraio 2026).
Proprio p. Spadaro (il gesuita che è stato molto vicino a papa Francesco) ci ricorda che San Francesco appartiene alla «genealogia spirituale adulta» della Smith: «non come santo da venerare, ma come modello di libertà poetica e di responsabilità radicale. […] Ciò che li unisce è una postura condivisa: vivere senza armature simboliche, abitare il mondo senza possederlo, cantarlo proprio perché ferito».
La poesia di Patti Smith costituisce un’invocazione per cercare la salvezza dallo smarrimento. Si apre con questi versi: «Smarrita in una selva / invocando una guida…» e prosegue: «Quando d’improvviso ho sentito / una presenza benevola […] Qui camminò Francesco / mite come il respiro degli agnelli». Ecco! «Ritorna / per consolare e calmare / il lupo disperato / che ribolle di solitudine / Un coro di campanelli / tintinnava che tutto va bene / dolce come una ninna nanna / Non ero più smarrita».
E la poesia si conclude con la natura che supplica «con tutta la sua anima / con desiderio virtuoso / Francesco, vieni, ritorna, / mentre i suoi passi si allontanavano».
Una traccia per la politica
Commenta p. Spadaro: «la presenza non resta. Non diventa idolo. Rimane però una traccia, che rimodella lo sguardo e il modo di stare al mondo», per cui si può ben affermare che questa poesia (da leggere nella sua interezza e mi scuso per i tagli che ho dovuto apportare) «è una meditazione sulla presenza: su come essa appaia, consoli e poi si ritiri».
Nulla concede alla ripetitività di una leggenda, ma si concentra sulla radicalità di una testimonianza che non passa e che, in particolare oggi, c’interpella.
E se la politica, iuxta propria principia certamente, provasse a ispirarsi al francescanesimo della fraternità e della pace?

