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Francesco Guccini, la voce che ha attraversato le generazioni

Con le sue canzoni e il suo pensiero, il cantautore emiliano ha accompagnato la crescita civile, culturale e umana di intere generazioni, nel segno del dialogo e della libertà intellettuale.

Lincontro con un autore fuori dagli schemi

«Se avessi già previsto tutto questo, dati causa e pretesto…». Appena appresa la notizia della scomparsa di Francesco Guccini, mi è subito tornato in mente questo celebre incipit de LAvvelenata. Quelle parole certo non racchiudono il senso della sua lunga vicenda artistica, ma in me hanno evocato immediatamente la prima volta che ascoltai una sua canzone e, poi, perché quel testo richiama con efficacia la struttura culturale e il pensiero di un autore che ha fatto dell’interrogarsi costantemente, dell’ironia, dell’inquietudine e della libertà intellettuale il tratto distintivo della propria opera artistica.

Da questa riflessione, infatti, inizia anche il mio ricordo personale.

Ricordo ancora quando, poco più che quattordicenne, iniziai ad ascoltare Guccini. Ero un giovane militante del cattolicesimo democratico, cresciuto in un ambiente nel quale l’impegno sociale, la partecipazione e la responsabilità erano valori quotidiani. Confesso che, inizialmente, il suo linguaggio mi lasciò sorpreso. Alcuni testi sembravano lontani dalla mia formazione e dalla mia sensibilità.

Poi, negli anni successivi, imparai ad ascoltare e ad approfondire le sue opere con la giusta attenzione e fui particolarmente colpito dai suoi messaggi e dalla profondità delle domande che poneva.

Raccontava il tempo, la memoria, le fragilità dell’uomo, la libertà, le sconfitte, le contraddizioni della società e della politica. Erano poesie affidate alla musica.

Non sempre ero d’accordo con lui, ma questo è umano e naturale. Questa distanza, però, non ha mai rappresentato un ostacolo. Al contrario, è diventata per me un’occasione di crescita.

 

Il dialogo come occasione di crescita

La migliore tradizione del cattolicesimo democratico, quella a cui mi sono ispirato sin da adolescente e che si richiama a figure come Dossetti, La Pira, Moro, Donat Cattin e Bachelet, mi ha insegnato che la forza delle proprie idee non si misura dalla capacità di evitare il confronto, ma dalla disponibilità ad affrontarlo senza pregiudizi. Dialogare con chi ha una cultura diversa non significa rinunciare alla propria identità; significa renderla più consapevole, più matura e, forse, più incisiva.

Anche per questo Guccini è entrato, quasi naturalmente, nella colonna sonora della mia vita.

La mia generazione ha avuto il privilegio di crescere in una stagione irripetibile della canzone d’autore italiana. Guccini, Lucio Dalla, Fabrizio De André, Francesco De Gregori, Antonello Venditti e altri straordinari interpreti hanno saputo raccontare un Paese in trasformazione, accompagnando la crescita civile e umana di milioni di persone. Ognuno con il proprio linguaggio, con la propria sensibilità e con le proprie idee. Quelle canzoni hanno attraversato le nostre assemblee, i viaggi, le amicizie, gli anni degli studi, dell’impegno associativo, politico e sindacale, le speranze e le delusioni di una generazione che cercava di cambiare il mondo senza smettere di interrogarsi su sé stessa.

 

Uneredità che appartiene a tutti

Oggi viviamo un tempo nel quale tutto sembra consumarsi rapidamente: anche la musica, spesso, nasce e muore nel giro di poche settimane. Guccini apparteneva invece a un’epoca nella quale ogni parola veniva scelta con cura, ogni verso custodiva un significato, ogni canzone chiedeva di essere ascoltata e non soltanto semplicemente sentita.

Non celebriamo soltanto un grande artista: rendiamo omaggio, insieme a lui, a una stagione politica e culturale nella quale era ancora possibile confrontarsi duramente sulle idee, senza rinunciare al rispetto dell’altro e senza trasformare ogni differenza in una contrapposizione insanabile.

Le sue convinzioni appartenevano alla sua persona. Le sue canzoni appartengono ormai a tutti noi.

Salutiamo infine Francesco Guccini con un testo che, per quanto mi riguarda, non posso non riprendere: «Perché noi tutti ormai sappiamo, che se Dio muore è per tre giorni e poi risorge; in ciò che noi crediamo Dio è risorto; in ciò che noi vogliamo, Dio è risorto“.