Lo sbriciolarsi delle criticità ministeriali ha invaso ormai l’intera agenda politica del governo Meloni. Si può spaziare dalla giustizia alla cultura, dall’ordine pubblico al sistema industriale. Non c’è quasi più un solo settore di questo esecutivo che non sia attraversato da problemi, difficoltà, conflitti e chiacchiere varie.
Ora, non si può ovviamente mettere tutte le cose insieme. Non sarebbe giusto e ogni ministro e ramo di attività del potere esecutivo ha diritto a non finire nel calderone dei sospetti e delle maldicenze.
Tuttavia, quello che un po’ balza all’occhio è il fatto che le seconde e le terze file del gabinetto meloniano sembrano ormai crollare quasi tutte sotto il peso delle loro stesse criticità. Aspetto che forse dovrebbe indurci a riflettere sul punto più intimo a cui ci stiamo pian piano avvicinando.
Il fatto è che la vera forza di un sistema politico non sta nel punto alto della leadership, ma piuttosto nei suoi gradi intermedi, nelle sue seconde file e negli ufficiali meno in vista.
È lì che si rivela la forza di un esperimento politico. Il singolo leader può essere una maestosa aquila di montagna, ma poi è il prato basso dei suoi collaboratori che provvede alle sue fortune o magari, invece, alla sua caduta.
Discorso che ovviamente non riguarda solo questo governo, poiché l’impressione è che, dall’altra parte, le cose non siano poi così diverse.
È il male oscuro della Seconda Repubblica, semmai. Laddove si è pensato solo alla prima fila e non si sono mai curate a dovere le retrovie, cioè quel tessuto di competenze e laboriosità che, a lungo andare, fanno la differenza tra un successo e una caduta.
Fonte: La Voce del Popolo – 14 maggio 205
[Articolo qui riproposto per gentile concessione dell’autore e del direttore del settimanale della diocesi di Brescia)
