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Giovani e adulti, un’alleanza per cambiare il mondo

Dallo “spirito di Assisi” alla protesta studentesca, emerge la necessità di un nuovo patto tra generazioni. La pace come valore fondante, l’ascolto dei giovani e la responsabilità degli adulti per costruire insieme il futuro.

Nel quarantesimo anniversario dell’istituzione dell’Incontro internazionale per la pace, passato alla storia come lo “spirito di Assisi”, intitolato quest’anno a “Pace disarmata e disarmante”, sono stati presenti anche i “Giovani per la pace” della Comunità di Sant’Egidio, che hanno dibattuto sul tema “Un mondo da cambiare”.

E l’iniziativa è giunta a proposito, in quanto si può collegare alla protesta studentesca in corso, nel senso che il contesto assisiate, all’insegna dell’incontro e del confronto, può aiutare a non perdersi dietro certe polemiche suscitate dal Movimento del 17 ottobre e a offrire motivi di riflessione sul “mondo da cambiare” e anche sul “modo di cambiare”. E questo non è meno importante di quello, anzi può essere la condizione per renderlo più apprezzabile.

La richiesta dei giovani di Assisi è chiara: “costruire il futuro a partire dagli ultimi”, un impegno che è stato esemplificato attraverso il “racconto” di alcune storie e la “presenza” di alcune personalità.

Questo metodo narrativo mi pare particolarmente significativo, perché aiuta a sentirsi “comunità”: non in nome di un’identità escludente, bensì di una condivisione umanistica.

Forse ciò che è venuto meno nei rapporti tra le generazioni è proprio questa capacità di raccontarsi: raccontare esperienze, emozioni, sentimenti, in una parola “storie”, prima ancora di occuparsi della grande “storia”.

In questo contesto, due le categorie che mi sembrano rilevanti: la pace, in riferimento al “mondo da cambiare”, e l’alleanza, come “modo di cambiare”.

 

La pace come condizione naturale dell’umanità

Quale pace? Non la pace come intervallo fra guerre o sospensione o interruzione di conflitti, ma la pace come condizione umana normale, che la guerra infrange, per cui la guerra va rifiutata in nome dell’umanità come specie e come valore.

Dunque, non la guerra come status naturale e la pace come qualcosa di transitorio in un contesto che rimane di guerra, in potenza o in atto.

Insomma, il paradigma su cui si coniuga la vita è quello della pace e non della guerra, che non è mai umana: umana è solo la pace.

Leone XIV, impossibilitato a partecipare personalmente all’Incontro di Assisi per motivi sanitari, è stato presente con un videomessaggio, in cui tra l’altro ha detto: «Non c’è guerra santa, solo la pace è santa».

Ciò richiede un cambiamento di mentalità, che s’ispiri non alla logica dell’homo homini lupus, ma alla logica dell’homo homini amicus o frater.

Da qui occorre muovere affinché la convivenza fraterna e amicale trovi traduzione nella quotidianità, che per questo diventa eroica: non di un eroismo monumentale, ma di un eroismo silenzioso.

 

Un nuovo patto tra giovani e adulti

Quale alleanza? È questo l’aspetto meno scontato, ma non meno essenziale, richiamato ad Assisi: i giovani devono sentirsi ed essere protagonisti di tutta una serie di alleanze, a cominciare da quella con gli adulti.

Sotto questo profilo potrebbero giocare un ruolo importante gli anziani, come, a livello familiare, i nonni tra i genitori e i figli.

Ciò significa ripensare i rapporti intergenerazionali e rintracciare un sentimento condiviso, che si può sintetizzare in quel motto caro a don Lorenzo Milani: “I care”, m’importa, per dire “mi sta a cuore”, “mi prendo cura”. Ed è l’esatto contrario del “me ne frego” fascista.

Si tratta allora di tessere rinnovati rapporti collaborativi in diversi campi: dalla politica all’economia, dalla cultura alla religione, tutti finalizzati, come diceva papa Francesco, alla “cura della casa comune” e, come dice papa Leone, alla “custodia della persona umana”.

Nell’uno e nell’altro caso, la via indicata è la fraternità cosmica e universale e l’amicizia personale e sociale.

I giovani devono essere al centro di questo processo di rinnovamento non per una concessione adultistica, ma per il fatto che, dovendo guardare al futuro, non si può prescindere da coloro che il futuro lo incarnano al presente.

Al riguardo, alcune indicazioni si possono trarre dal magistero di papa Francesco, in particolare dalla sua esortazione apostolica sui giovani Christus vivit.

La lezione che se ne trae è che la società e la Chiesa non devono limitarsi a parlare di giovani, ma devono piuttosto parlare ai giovani e con i giovani.

L’ecologia integrale di papa Francesco ricorda che si deve rispondere al grido della terra ferita e al grido dei poveri emarginati; ora possiamo aggiungere: anche al grido dei giovani, che sono stati diseredati da un sistema sociale.

C’è un’espressione che denuncia la gravità della situazione, cioè il parlare di “giovani senza futuro”: è un ossimoro insostenibile, per cui occorre mettere fine a questo autentico “furto” di futuro nei confronti dei giovani.

Un furto peggiore di qualche furto materiale operato da alcuni ragazzi il 17 ottobre a Milano: se questo va condannato, figuriamoci quello, che tocca il senso stesso dell’essere persona dei giovani.

 

Oltre la protesta, ascoltare il disagio

Ciò significa che non si dovrebbe ridurre la protesta studentesca a una contestazione del governo in carica, verso cui si possono certamente avanzare critiche.

Ma il fatto che i governi varino da Paese a Paese dovrebbe renderci attenti a ciò che non varia, ossia il malessere sociale e personale che c’è dietro la protesta e che sarebbe riduttivo rubricare a livello di mera contestazione antigovernativa.

Quando invece ne va di un’impostazione sociale complessiva, qual è la globalizzazione, di una mentalità diffusa che, come dice Leone XIV, ha normalizzato la guerra, si è assuefatta alle ingiustizie, alle disuguaglianze, alle discriminazioni.

Contro questa società i giovani hanno cominciato a far sentire la loro voce e occorre ascoltarla.

 

Restituire ai giovani il futuro

Se anche la protesta non durasse, non dovremmo dimenticarla. Anzi, sarebbe proprio il momento per avviare un nuovo patto intergenerazionale, tenendo presenti le parole che don Luigi Ciotti ha scritto non oggi, ma nel 2019, in Per un nuovo umanesimo (Solferino):

«Un giovane è per sua natura aperto alla vita, affamato di conoscenza, animato da domande profonde e inquietudini positive».

Per cui il giovane «sente il bisogno di interlocutori che prendano in seria considerazione la sua domanda, il suo bisogno di interrogare e interrogarsi».

E questo richiede «adulti che sappiano essere presenti senza essere soffocanti, tolleranti senza essere indifferenti. Che lo mettano in condizione di essere autonomo, di costruire percorsi in cui l’energia possa scorrere alla giusta tensione, in argini né troppo stretti né troppo larghi».