La vocazione del laico nella Chiesa
Quando, con la Lumen Gentium, i Padri conciliari presentarono la Chiesa come «un popolo adunato nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo», la visione ecclesiologica di Giuseppe Lazzati (1909-1986) trovò un significativo riconoscimento. Al centro della sua riflessione stavano il rapporto tra consacrazione e secolarità e la valorizzazione della presenza del laico nella Chiesa e nel mondo.
Formatosi nell’ambiente dei cosiddetti “professorini” dell’Università Cattolica, della quale sarebbe divenuto rettore, Lazzati fu maestro di generazioni di giovani, testimone di un cristianesimo capace di coniugare rigore spirituale, formazione culturale e responsabilità civile.
La sua esperienza si comprende alla luce della vocazione dei primi discepoli narrata dal Vangelo di Giovanni: essi ascoltarono e seguirono Gesù. Ascolto e sequela rappresentano i fondamenti di ogni autentica chiamata cristiana. Lazzati, pur essendo maestro, continuò sempre a sentirsi discepolo.
Consacrazione e secolarità
L’approvazione ecclesiale degli istituti secolari rappresentò per Lazzati un traguardo importante. La consacrazione, nella sua prospettiva, non sottrae il cristiano al mondo, ma ne rafforza la responsabilità verso le realtà temporali.
Come scrisse in Consacrazione e secolarità (AVE, 1987), «la secolarità, come indole propria e peculiare dei laici, determina anche lo stato di consacrazione». Non si tratta dunque di due condizioni contrapposte, ma di dimensioni che concorrono a definire una specifica vocazione.
Lazzati dedicò a questa intuizione gran parte della propria esistenza, anche attraverso l’Istituto secolare Cristo Re, da lui fondato e guidato per quasi quarant’anni. Il suo insegnamento trovò espressione nelle lezioni raccolte in L’impegno secolare, pubblicato nel 1986.
La Parola e la responsabilità civile
Per Lazzati, la prima fonte della vita cristiana è l’ascolto della Parola di Dio. Non una semplice conoscenza intellettuale, ma un incontro che trasforma l’esistenza e orienta l’agire.
La Parola è avvenimento, azione divina nella storia. Da essa il credente riceve luce per la mente e forza per la volontà, secondo una prospettiva che richiama l’insegnamento di san Tommaso d’Aquino.
Ma questa dimensione spirituale non conduce all’isolamento. Al contrario, alimenta una vocazione sociale e civile che Lazzati testimoniò nella scuola, nell’università e nella vita pubblica, attraversando le tragedie della guerra e le difficoltà della ricostruzione.
Fu anche protagonista della stagione costituente. La sua concezione della politica non coincideva con la ricerca del potere, ma con il servizio alla polis, alla comunità degli uomini.
Il personalismo e la mediazione
Nella formazione di Lazzati ebbe grande importanza il personalismo cristiano, anche attraverso il pensiero di Jacques Maritain ed Emmanuel Mounier. La persona umana, nella sua dignità irriducibile, costituisce il riferimento essenziale dell’azione politica e dell’impegno ecclesiale.
Da questa impostazione deriva il valore della mediazione, intesa come capacità di dialogo, confronto e costruzione del bene comune. Una mediazione che non attenua la fedeltà ai principi, ma permette di tradurli responsabilmente nella complessità della storia.
La Lumen Gentium afferma che ai laici spetta «cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio». Lazzati fece di questa indicazione il programma della propria vita.
Una lezione per le nuove generazioni
Il suo insegnamento conserva una particolare attualità. La Chiesa ha bisogno di un laicato più formato, consapevole e meno emotivo, capace di discernere la propria vocazione senza confondere spiritualità e appartenenza, testimonianza e ricerca del consenso.
Anche la mia esperienza di consacrato nel Terzo Ordine Domenicano mi porta a riconoscere il valore di questa distinzione e la necessità di rispettare la specificità delle diverse chiamate.
Lazzati invita a costruire comunità aperte, capaci di incontrare i lontani, rispettare le differenze e riconoscere negli ultimi il volto di Cristo.
La sua eredità non appartiene soltanto alla storia del cattolicesimo italiano. È una proposta educativa, spirituale e civile rivolta soprattutto ai giovani, perché sappiano assumere le responsabilità del proprio tempo senza smarrire il primato della coscienza e della fede.
In questa prospettiva risuona ancora la preghiera evangelica che ben riassume il senso della sua testimonianza: «Mane nobiscum, Domine, quia vesperascit». Resta con noi, Signore, perché si fa sera.

