Home GiornaleHegseth, una fucilazione e una strada per il paradiso

Hegseth, una fucilazione e una strada per il paradiso

La pena di morte trasformata in spettacolo, tra pedagogia della violenza e retorica religiosa. Una riflessione sarcastica sul confine tra giustizia, vendetta e rispetto della dignità umana.

Tanto rumore per quasi nulla

La notizia si è già stemperata, come la forza dei proiettili quando, durante la corsa, arrivano più deboli all’obiettivo rispetto al momento della partenza.

Il Pentagono, come è noto, ha deciso per il prossimo 3 dicembre di trasmettere in diretta streaming la fucilazione di Nidal Hasan, responsabile della strage di Fort Hood, condannato per aver ucciso 13 persone e averne ferite 32 nel 2009.

Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha dichiarato che «la gente deve capire che azioni di questo tipo comportano conseguenze molto gravi». Nel suo cuore c’è evidentemente un forte intento pedagogico, convinto com’è che vedere sia assai di più che il semplice venire a conoscenza che giustizia sarà fatta.

Trump ha comunque fatto marcia indietro, dicendo che «molte persone perbene preferirebbero non vederlo morire né in streaming né attraverso qualsiasi altro mezzo visivo». Quindi non se ne fa più nulla.

Forse andava detto che le stesse persone di tal qualità vorrebbero che il condannato non morisse affatto. Quindi niente più troupe, giornalisti, cameramen impegnati nel riprendere la scena. È un’attesa andata in fumo.

La voce dei dissidenti

L’ONU ha sentenziato che questa scelta equivale a una tortura e i vescovi americani l’hanno definita «una promozione barbara della cultura della morte».

Sulla stessa linea, il segretario di Stato Parolin commenta il fatto come «una spettacolarizzazione inaccettabile», mentre il detenuto intanto dimora nel carcere di Leavenworth, che si potrebbe tradurre azzardatamente in «lievito di valore»: un posto, insomma, dove ci si potrebbe in teoria migliorare con il passare del tempo.

Ciò che è detto è detto

Hegseth, un tipo dal passato turbolento, munito della sua sensibilità politica, ha dato notizia che «i conservatori devono deridere, umiliare, intimidire e schiacciare i nostri avversari di sinistra».

Una visione conciliante del mondo e del modo in cui intrattenere relazioni con il prossimo.

Ha sulle spalle fama di cattiva condotta sessuale, cattiva gestione finanziaria e problemi di alcol, ma non è questo che importa: nella faccenda non è lui l’accusato da far fuori.

Con impavido coraggio ha deciso che con la morte si deve prima o poi prendere confidenza, e lui è uno che può aiutare la riottosa umanità a farlo.

Se ne frega del fascino misterioso di quando si passa all’altro mondo e, una volta per tutte, è bene affrontare ciò che si teme e che attrae, così simile al precipizio della vita.

Può darsi, di converso, che sia invece il suo modo di esorcizzare il terrore che ne avverte.

Un’artista da Oscar, la morte

Comunque basta con la prudenza degli approcci alla morte e con il suo continuo nascondimento. L’intimità dell’ultimo respiro non ha più ragione d’essere.

Intimus è il superlativo di interiore, equivale a ciò che sta dentro, il luogo più interno della tua casa e del tuo corpo. Ed è esattamente ciò che Hegseth vuole rovesciare, al pari della testa di un polipo che crede di imbambolarti con la danza dei suoi tentacoli.

Se si fosse proceduto per via streaming, ci sarebbe stato ancora qualche dettaglio da stabilire, a cui si sarebbe potuto provvedere senza particolari affanni.

Come si usa da quelle parti, avrebbero truccato il condannato prima dell’esecuzione o imbellettato solo dopo averlo ammazzato?

Hood si traduce con cappuccio. Forse faranno prendere al malcapitato un cappuccino per ultimo desiderio, o forse gli metteranno un cappuccio in testa per evitare che possa insultare i proiettili della giustizia in arrivo verso di lui, o magari anche solo tentare d’istinto di scansarli.

Gli riuscirebbe difficile, posto che è paralizzato su una sedia a rotelle, tutto a dispetto dell’antica legge per cui non si alzano mai le mani sui portatori di handicap.

Le ferree regole di un set

Che ci sia o meno un popolo ad assistere allo spettacolo, l’ultimo atto non farà purtroppo un grande effetto.

Nidal Hasan non potrà platealmente cadere a terra o magari restare mezzo abbarbicato a un palo, perché da seduti è difficile recitare bene la parte con il dramma richiesto.

Il rosso del sipario sarà il suo sangue, che dovrà essere ben visibile per non tradire le attese dei parenti delle vittime. Il flusso di globuli bianchi e rossi sparsi per l’aere funzionerà a dovere.

L’ideale sarebbe stato far girare sul web un succoso trailer che desse qualche anticipo della faccenda.

La morte ha sempre saputo come farsi battere le mani. Accadeva così al Colosseo, dove i cristiani tradivano la legge romana: andare in pasto alle belve era lo show di allora.

Ancor meglio sarebbe stato se fosse stato necessario un colpo di grazia, una sequenza da girare con il giusto tempo lento, mentre gli spettatori godono l’evento seduti in una sala appositamente predisposta per assistere all’esecuzione.

Ponzio Pilato, un maestro a cui ispirarsi

Vance, il cattolico, ha detto che non avrebbe assistito al fatto, pensando di tacitarsi la coscienza.

Hegseth, che pare appartenere alla Chiesa evangelica riformata, non ha bisogno del sacramento della Riconciliazione: non è previsto nel suo rito.

È uno spiccio, che sa vedersela direttamente con Dio, senza sacerdoti di mezzo a cui chiedere perdono per interposta persona.

Sente nel cuore che Dio lo vuole. Forse non sa che Quos Deus perdere vult, dementat prius.