Altri anni e altri affanni, nel 1966 il cinema osava l’impossibile, alcuni registi realizzavano film che oggi sarebbero considerati puri deliri, velleità di menti annebbiate. Oggi le storie devono essere raccontate obbedendo alle aspettative di un pubblico che vuole soltanto una bella storia da seguire per un paio d’ore e dimenticare due ore dopo.
Oggi un film come Persona di Bergman resterebbe un’idea chiusa a doppia mandata in un cassetto. Nel 1966 invece venne considerato un capolavoro su cui riflettere, 85 minuti da inserire nella storia del cinema. I primi sei minuti, quelli dei titoli di testa, sono un magma di immagini rapidissime, ragni, agnelli, crocifissioni, obitori, un ragazzo che si sveglia dalla morte e tocca uno schermo dove appare un viso sfocato di donna, forse la salvezza. E dopo questa sarabanda inizia il film, la storia di una grande attrice che sul palco improvvisamente ha perso le parole e si è chiusa in un mutismo assoluto.
I medici hanno stabilito che non ha alcun disturbo fisico o mentale: è solo una donna che non vuole più parlare perché non trova più alcun senso nella vita. Non sa più qual è la differenza tra la finzione scenica, recitata in teatro ma anche nello scorrere dei giorni, e la verità autentica che brucia dentro e crea solo cenere.
Per aiutarla a guarire, le viene assegnata una giovane infermiera ed entrambe vengono spedite su un’isola lontana dal mondo, un frammento di roccia in mezzo al mare.
E in quella gelida desolazione le parti si invertono: la ragazza sente il bisogno di sfogarsi, di raccontare tutto di sé, anche episodi scandalosi, mentre l’attrice tace e ascolta. Le due donne diventano sempre più intime tra di loro, fino quasi a confondersi in una sola persona, cioè in una sola maschera disperatamente in bilico tra la menzogna e la verità.
L’infermiera sa che la aspetta una vita semplice e ordinata, ma sa anche che il momento in cui è stata più prossima alla rivelazione è stato l’incontro con due giovani maschi e un’altra ragazza, un’esperienza sessuale che l’ha trascinata in una zona della vita priva di regole e convenzioni e che poi l’ha portata ad abortire.
E l’infermiera ha capito anche quale è la ferita profonda dell’attrice senza più parole: un figlio non voluto, non amato, forse malato, un figlio che la adora e che lei invece ha sempre sentito come un ostacolo.
Due segreti che si confrontano: maternità, aborto, libertà, paura, vita che cerca un senso e trova solo solitudine e infelicità. Sono dialoghi tra chi parla e chi tace, parole e silenzi, tenerezza e violenze improvvise.
Come spesso accade nel cinema di Bergman, forse viene detto troppo, ogni frase sembra estratta da un dramma di Ibsen o da un testo di Kirkegaard, manca quel distacco e quella leggerezza che danno vivacità, ad esempio, ai film di Fellini, ugualmente complessi ma più fiduciosi nella forza benefica dell’immaginazione. InPersona ogni scena si muove su una lastra di ghiaccio pronta a frantumarsi e inghiottire tutto quanto. Il clima è segnato da una religiosità tetra, dove nessuno parla mai agli uccelli e alla meraviglia dell’esistenza. Ricordo ancora quei versi sorprendenti di Milo De Angelis: «Chi soffre non è profondo». Ecco, forse ci può essere una profondità felice, una sofferenza che a volte sa sorridere, un cinema che non è solo la dichiarazione di un fallimento esistenziale.
Verso la fine si vede persino Bergman che riprende una scena, forse per dire: è solo cinema, la vita è altrove, in un deserto dove talvolta nascono anche i fiori.
Fonte: L’Osservatore Romano – 11 luglio 2026
Titolo originale: Un dialogo estremo degno di Ibsen e di Kierkegaard
