Qual è il confine, in uno Stato Costituzionale di diritto, tra il dissenso democratico e la violenza?
È una domanda che le cronache delle ultime settimane ripropongono con crescente urgenza. La risposta, tuttavia, non può essere affidata all’emotività suscitata dagli episodi di piazza né alle inevitabili contrapposizioni politiche. Essa richiede, piuttosto, di tornare ai principi fondamentali della nostra Costituzione e alla cultura dello Stato di diritto.
La Repubblica riconosce e tutela il diritto di manifestare il proprio pensiero e quello di riunirsi pacificamente. Non si tratta di concessioni dello Stato, ma di libertà fondamentali che costituiscono il fondamento stesso della democrazia pluralista. Una società nella quale il dissenso fosse represso cesserebbe rapidamente di essere una democrazia.
Ma proprio perché il dissenso rappresenta un valore costituzionale, esso incontra un limite invalicabile: il ricorso alla violenza.
Il valore costituzionale del dissenso
Nel dibattito pubblico contemporaneo questa distinzione appare talvolta offuscata. Si tende a collocare sul medesimo piano la protesta pacifica, la disobbedienza civile e le manifestazioni che degenerano in aggressioni, devastazioni o intimidazioni. Si tratta invece di fenomeni profondamente diversi, sia sul piano etico sia su quello giuridico.
La protesta democratica si svolge entro il quadro delle regole comuni. Può essere anche aspra, radicale, persino provocatoria; ma riconosce nell’altro un interlocutore e nello Stato il garante delle libertà di tutti.
La disobbedienza civile costituisce un’esperienza diversa.
Da Henry David Thoreau a Martin Luther King, da Gandhi alle più significative esperienze maturate anche nel nostro Paese, essa consiste nella violazione pubblica, consapevole e rigorosamente non violenta di una norma ritenuta ingiusta, accompagnata dall’accettazione delle conseguenze giuridiche del proprio gesto.
Chi pratica la disobbedienza civile non contesta l’esistenza dello Stato né pretende di sostituire la forza del diritto con il diritto della forza; al contrario, sollecita l’ordinamento a interrogarsi sulla giustizia delle proprie leggi.
Quando la protesta diventa sopraffazione
Ben altro fenomeno è la violenza politica o di piazza.
Quando il dissenso assume la forma dell’aggressione alle persone, del danneggiamento sistematico dei beni, dell’assalto alle istituzioni o dell’attacco alle forze dell’ordine impegnate nell’esercizio delle loro funzioni, non siamo più dinanzi a una forma intensa di protesta. Siamo dinanzi alla negazione del dissenso democratico.
La violenza non rappresenta un grado più elevato della protesta: ne costituisce la rottura.
Il punto di passaggio non è quantitativo, ma qualitativo. Finché prevale la forza degli argomenti, il conflitto resta dentro la democrazia. Quando prevale l’argomento della forza, il terreno cambia radicalmente.
È in questo spazio che opera il diritto penale.
Non per reprimere le opinioni, ma per tutelare i diritti fondamentali di tutti i cittadini, compreso quello di manifestare senza intimidire e di dissentire senza essere aggrediti.
Lo Stato costituzionale non deve cadere in due errori ugualmente pericolosi.
Il primo consiste nel guardare con sospetto ogni forma di dissenso, trasformando l’eccezione nell’ordinario e comprimendo spazi di libertà che appartengono al patrimonio democratico.
Il secondo consiste nel ritenere che qualsiasi comportamento possa essere giustificato dalla nobiltà della causa perseguita. In uno Stato di diritto non è il fine a legittimare ogni mezzo. La qualità della democrazia si misura anche dalla capacità di mantenere inseparabili libertà e responsabilità.
Libertà e responsabilità, insieme
La storia insegna che molte conquiste civili sono nate da forme di dissenso coraggiose, talvolta attraverso pratiche di disobbedienza civile.
In nessuno di quei casi, tuttavia, la violenza ha costituito il linguaggio della libertà. Al contrario, la forza morale di quelle esperienze risiedeva proprio nel rifiuto della forza fisica.
Per questo motivo il dibattito pubblico dovrebbe recuperare una distinzione essenziale.
Protestare è un diritto. Disobbedire civilmente può rappresentare, in determinate circostanze, una testimonianza etica destinata a interpellare la coscienza collettiva. Ricorrere alla violenza, invece, significa oltrepassare il confine che separa il confronto democratico dalla sopraffazione.
Una democrazia matura non teme il dissenso; lo considera una risorsa indispensabile per la vitalità delle istituzioni. Ma proprio perché ne riconosce il valore, non può consentire che esso venga sostituito dalla violenza.
Quando il linguaggio della protesta diventa linguaggio della forza, non è soltanto l’ordine pubblico a essere minacciato: si incrina quel patto di reciproca fiducia tra cittadini e istituzioni sul quale si fonda lo Stato Costituzionale di diritto.
