Home GiornaleIl dubbio e la libertà di pensare oltre le vecchie appartenenze

Il dubbio e la libertà di pensare oltre le vecchie appartenenze

Sulla scia di Veltroni una riflessione sui rischi della democrazia contemporanea: leadership solitarie, dominio degli algoritmi, società liquida e crisi delle culture politiche tradizionali. Sullo sfondo il valore del dubbio come antidoto a ortodossie ormai inesistenti.

 Le nuove ombre sulla democrazia

Le riflessioni di Walter Veltroni, al solito lungimiranti e sature di futuro senza nostalgie del passato, mi trascinano spesso nel vicolo — per me ancora più che cieco — delle sfide sociali e culturali, oltre che politiche e tecnologiche, che la democrazia dovrà affrontare nei prossimi anni.

Mi preoccupa, sopra ogni cosa, un futuro ancora inesplorato nelle sue possibili ricadute autoritarie e antidemocratiche, favorito da un inatteso quanto pericoloso bisogno di un leader solitario, forte e indisturbato, capace di concentrare poteri sempre maggiori.

E mi allarma, forse più di ogni altra cosa, l’uso sempre più esteso dell’intelligenza artificiale nelle decisioni e nella comunicazione sociale e politica, nelle mani di una ristrettissima élite ultraricca proprietaria di tecnologie e algoritmi manipolatori. Sono gli stessi gruppi che hanno già trasformato il capitalismo industriale democratico e liberale – con lo Stato come elemento di equilibrio – in un capitalismo finanziario ultraliberista, elitario e insofferente verso ogni mediazione pubblica capace di limitare il potere delle grandi lobby economiche, ormai pronte a invadere, o che forse hanno già invaso, la stessa democrazia politica.

 

Il percorso culturale di Veltroni

A Veltroni va riconosciuto il merito di essere riuscito, pur provenendo da una formazione e da una militanza giovanile rigidamente comunista, segnata dall’idea di un internazionalismo rivoluzionario e proletario, ad abbandonare progressivamente quelle categorie, diventando un convinto europeista senza, grazie a Dio, essere accusato di trasformismo.

Ha saputo leggere i cambiamenti culturali e sociali, prendendo le distanze dalle pseudo-razionali e materialistiche certezze del comunismo storico. Senza rimpianti.

Ed è riuscito a introdurre nelle sue analisi incertezze, perplessità e perfino dubbi sulla complessità sociale e culturale del nostro tempo. Quella complessità che, mi permetto di dire, è sempre stata presente nel pensiero di Aldo Moro, evocata dal leader democristiano nel tentativo di sollecitare riflessioni fuori dagli schemi semplificatori, alternativi e polarizzati che dominavano la politica dei suoi giorni, a partire dagli stessi ambienti della Democrazia Cristiana.

 

Dialogo, pluralismo e superamento degli schemi

Veltroni ha fatto capire che occorre evitare posizioni rigide e definitive suggerite dal proprio retroterra storico. A partire dal riconoscimento di chi appare diverso; passando attraverso il pluralismo culturale e politico, la valorizzazione dei principi cristiani di fraternità e uguaglianza; fino ad arrivare all’idea di sussidiarietà e al rispetto delle realtà sociali, locali e comunitarie.

Tutti temi mai realmente valorizzati da un marxismo statalista e centralizzato come quello incarnato oggi da Vladimir Putin. Anche se, va detto, il liberismo spettacolare di Donald Trump, con la sua quotidiana democrazia-mediatica, non appare meno insidioso.

In diverse occasioni Veltroni ha lasciato intendere che il nostro tempo richiede esitazione, prudenza e capacità di valutazione anche verso chi riteniamo distante dai nostri valori. Così, ad esempio, ha parlato di Giorgia Meloni definendola – pur con molte riserve sulle sue politiche sociali – “la migliore di tutto lo schieramento post-missino”.

Si è così aperto ai tempi nuovi e all’incontro che questi tempi sembrano sollecitare, leggendo nella prospettiva del dialogo, di evidente matrice morotea, i segnali di una trasformazione già in corso. Una trasformazione che richiede soprattutto il camminare insieme e lo stare insieme – non dico “Fratelli tutti”, per non offenderlo – mettendo in discussione antichi convincimenti e appartenenze storiche spesso riproposte con l’illusione di poterle conservare intatte.

 

Da Sturzo a Bobbio: le categorie che non bastano più

Dopo che Veltroni ha più volte lodato Papa Francesco per la sua attenzione ai poveri e alla pace, ho avuto spesso l’impressione che abbia fatto propria anche la lezione di Luigi Sturzo: quella dello sforzo di leggere criticamente e sociologicamente la società concreta che si ha davanti, evitando nostalgie, riduzionismi individualistici e fughe astratte.

Non intendo tessere l’elogio di Veltroni. So bene che esistono altri politici e intellettuali, provenienti anche dal cattolicesimo democratico e sociale, che da tempo ragionano in modo analogo sui cambiamenti sopraggiunti. Ho solo tentato di mostrare come, spesso, tra persone diverse per formazione e cultura politica possano nascere sorprendenti sintonie.

Soprattutto quando si prende atto del logoramento delle categorie tradizionali di destra, centro e sinistra. Categorie abusate quotidianamente e ormai profondamente incrinate dagli eventi degli ultimi trent’anni. Anche Norberto Bobbio, riflettendo su questi mutamenti, arrivò a sostenere che la vera distinzione andasse ricercata non più tra destra e sinistra, ma tra chi crede nell’uguaglianza e chi invece accetta la disuguaglianza.

 

La società liquida e il valore del dubbio

Viviamo dentro una società “liquida”, composta da individui isolati, disintermediati, interamente giocati sul rapporto tra individuo e social network. Una società che ha fatto evaporare le tradizionali definizioni di borghesia, classe operaia, ceto medio, impiegati, professionisti e perfino quella di classe dirigente.

Una liquidità senza spessore culturale, denunciata molti anni fa da Franco Ferrarotti, quando sosteneva con forza la necessità di investire sull’inculturazione. Ricordo che solo pochi anni fa l’Istat informava che il 38% delle famiglie italiane era composto da nuclei privi di libri in casa o con meno di venticinque volumi.

E questa liquidità si è trasferita anche nel mondo cattolico, attraversato da una secolarizzazione senza precedenti e da una religiosità sempre più riservata, intimistica e personalizzata, proprio come i partiti di oggi.

Concludo. Lo stimolo a questo mio appunto è venuto da un editoriale di Veltroni apparso pochi giorni fa sul Corriere della Sera, “La difesa del dubbio”, dedicato a una frase di Francesco De Gregori contro le certezze categoriche di alcuni artisti suoi colleghi.

Veltroni si soffermava sulle virtù che hanno alla loro base la “vasta” libertà del pensare senza vincoli. Virtù che dovrebbero caratterizzare l’uomo e la donna del nostro tempo. Virtù di grande realismo cognitivo che, dati i tempi che viviamo, dovrebbero accompagnarci costantemente, aiutandoci a liberarci dai pregiudizi ed evitando le cattedre morali e i diktat di chi presume di possedere la verità storica e sociale.

“Si può stare da una parte – scrive Veltroni – ma con la testa libera, senza doversi sentire richiamare a ortodossie che non esistono più, per fortuna”.