Il lavoro come atto creativo e via di elevazione della persona
Quando penso al lavoro, mi tornano in mente le parole di Giorgio La Pira che, nell’Attesa della povera gente, lo definisce un atto creativo, uno strumento umano essenziale, necessario allo sviluppo, al perfezionamento e all’elevazione della persona. Per mezzo del lavoro ciascuno mette in gioco i propri talenti, intreccia sapere e spiritualità, cerca un significato concreto in ciò che fa. È questo che ci distingue non solo dagli animali, ma anche dalle macchine e, oggi, dall’intelligenza artificiale, che resta pur sempre uno strumento potente ma privo di libertà, coscienza e responsabilità.
Eppure, nonostante questa consapevolezza e la convinzione che tecnologia e digitalizzazione debbano rimanere mezzi al servizio della persona, facciamo sempre più fatica a considerare il lavoro come una via di benessere. Dall’osservazione quotidiana nel mondo delle imprese emerge, infatti, quanto sia complesso prendersi cura della dimensione umana del lavoro, anche dove esiste la volontà di sviluppare sistemi “orientati al benessere”. Il rischio è costruire organizzazioni che chiedono alle persone di adattarsi alle macchine, invece di modellare processi e strumenti sulle persone. Quando vengono meno pensiero critico, creatività, spiritualità, senso delle virtù e l’operatività ingegnosa delle mani, le imprese finiscono per smarrire identità e vocazione.
La vera ricchezza dell’impresa è la comunità di lavoro
Il dialogo con imprenditori e lavoratori mostra che la vera ricchezza di un’impresa non coincide con la sola crescita del profitto o con l’aumento della produzione di beni e servizi. Nasce piuttosto dalla capacità di costruire e custodire una comunità di lavoro in cui la dignità della persona, il bene comune e il benessere integrale, al di là delle mansioni e dei ruoli, entrano davvero nelle scelte quotidiane. Una larga tradizione di studi sulle organizzazioni conferma che le persone che stanno bene sul piano psichico, fisico e relazionale lavorano meglio, con effetti positivi sulla qualità e sulla tenuta economico-finanziaria.
L’altro volto lo vediamo nei lavoratori che vivono situazioni di malessere, spesso legate a sovraccarico di lavoro, conflitti interni, scarsa chiarezza organizzativa, precarietà o poco coinvolgimento nelle decisioni. La fatica che ne deriva attraversa il luogo di lavoro e si allarga alla vita familiare ovvero alle relazioni sociali, trasformandosi in stress, burnout, isolamento, sfiducia. Un lavoratore triste, che ha smesso di sperare, smette anche di investire sui propri talenti e sulla capacità di progettare il futuro. Non è solo una dimensione emotiva o relazionale: ne risentono la qualità stessa del lavoro, la produttività e la tenuta complessiva dell’organizzazione.
L’intelligenza artificiale e il rischio di un lavoro senza orizzonte
Attraverso il nostro osservatorio sulle micro e piccole imprese registriamo un aumento dei casi di assenteismo e di isolamento sociale, unitamente a una crescente difficoltà nel tenere insieme vita privata e vita lavorativa. L’ingresso dell’intelligenza artificiale, che nei discorsi promozionali dovrebbe “alleggerire il carico”, spesso finisce per comprimere i tempi e amplificare le richieste. Molti lavoratori descrivono la sensazione di essere come un maratoneta su un tapis roulant: si corre tanto, con grande dispendio di energie, ma senza percepire un vero avanzamento verso un obiettivo condiviso. Quando nel lavoro si ha l’impressione di restare fermi, si spegne l’orizzonte di senso, con ricadute sulla persona, sulla famiglia e sull’impresa.
Tutto ciò pesa in modo ancora più evidente nelle micro imprese, che in Italia, secondo l’Istat, rappresentano poco più del 94% del sistema produttivo nazionale. In queste realtà, spesso è lo stesso imprenditore a seguire attività operative, amministrazione, gestione del personale e rapporti con l’esterno, con un carico che aumenta i rischi psicosociali per sé e per i collaboratori. Queste imprese talvolta hanno pochi strumenti preventivi, poco tempo e risorse limitate da dedicare al benessere organizzativo e non sempre dispongono di competenze strutturate su come progettare il lavoro in modo sostenibile. Allo stesso tempo, però, proprio la dimensione ridotta e il clima familiare possono diventare un punto di forza, perché permettono relazioni più dirette, ascolto reciproco, decisioni rapide.
Il benessere integrale per restituire al lavoro la sua vocazione
In tale orizzonte, come Centro Studi e Ricerche della Co.N.A.P.I. Nazionale abbiamo avviato uno studio sul benessere integrale dei lavoratori. Quando parliamo di “benessere integrale” intendiamo, in senso olistico, la dignità del lavoratore nella sua interezza. Rientrano in questa prospettiva il benessere mentale, fisico, relazionale, professionale, formativo, organizzativo e sociale, insieme a quella sicurezza, anche psicologica, che ogni lavoro dovrebbe garantire. Non guardiamo soltanto a condizioni materiali o retributive: ci interessa un ecosistema che riconosca i limiti, valorizzi le risorse delle persone e le accompagni nel loro contributo alla realizzazione del bene comune.
Per monitorare la situazione delle micro e piccole imprese su un tema ancora poco esplorato e spesso trascurato nelle grandi indagini, abbiamo predisposto un questionario online rivolto a imprenditori, responsabili HR e a chi ricopre ruoli di direzione. Il questionario è disponibile al link: https://benesserelavori.conapinazionale.it/ e ha lo scopo di raccogliere dati quantitativi e qualitativi sui diversi aspetti del benessere integrale, per restituire una fotografia il più possibile fedele del vissuto reale nelle micro e piccole organizzazioni. I risultati saranno presentati in esclusiva al Wellbeing Happiness Forum 2026 di Milano, in programma il prossimo 21 e 22 ottobre, per alimentare un confronto pubblico serio e responsabile su come restituire al lavoro la sua vocazione originaria, affinché torni davvero a essere uno strumento che eleva la persona umana.
Antonio Zizza, Direttore Scientifico Centro Studi e Ricerche Co.N.A.P.I. Nazionale
