La cultura di governo? Assente. La maturità, la serietà, la coerenza e l’affidabilità dei partiti si misurano anche e soprattutto attorno alla cosiddetta cultura di governo. Quella cultura di governo che ha caratterizzato per quasi 50 anni l’esperienza politica, culturale e programmatica della Democrazia Cristiana e i partiti alleati con la Dc. Ma anche alcuni partiti che sono stati protagonisti all’inizio della cosiddetta seconda Repubblica non erano affatto estranei alla cultura di governo, tanto nel campo del centrosinistra quanto sul versante del centrodestra.
La responsabilità sostituita dalla propaganda
Ora, senza indugiare oltre misura sulle costanti del passato, è indubbio che la situazione è cambiata radicalmente negli ultimi anni e si è particolarmente aggravata negli ultimi tempi. Questo per una ragione che è persino troppo semplice da spiegare. E cioè, ci sono dei disvalori e delle precise derive che erano, sono e saranno sempre alternativi, se non addirittura incompatibili, con qualsiasi cultura di governo.
Parlo, nello specifico, del populismo ma anche del radicalismo, dell’estremismo e del massimalismo. Perché si tratta di derive che, nella loro declinazione dell’azione politica, prescindono quasi in modo strutturale dal principio della responsabilità. Perché il populismo, appunto, unito con l’estremismo e il radicalismo, individuano nella propaganda permanente e continuativa l’unico criterio di fondo a cui fare sistematico riferimento. L’unica regola da rispettare in modo quasi ossessivo a prescindere da tutto il resto. Appunto, da qualsiasi cultura di governo che, come tutti sanno, richiede altri valori e altri criteri a cui attenersi per guidare un Paese.
Le contraddizioni dei due schieramenti
Ed è proprio su questo versante che entrano in gioco i protagonisti — cioè i partiti — che attualmente affollano la cittadella politica italiana. Non possiamo negare il fatto che ci sono partiti strutturalmente populisti ed estremisti — sia a destra e sia, soprattutto, a sinistra — che contengono al loro interno gli elementi che impediscono, di fatto, di dispiegare una vera e credibile cultura di governo.
È persino inutile ricordare che sul versante della politica estera, ad esempio, non ci può essere una credibile convergenza politica nei due schieramenti maggioritari per la ragione che il populismo è incompatibile con qualsiasi strategia a medio-lungo termine e, soprattutto, con qualunque progetto di coerenza politica che vada oltre la propaganda spicciola, qualunquista e demagogica.
Ne sono prova plateale i populisti dei 5 Stelle di Conte, gli estremisti di Avs sul versante della coalizione di sinistra; la Lega di Salvini e Futuro Nazionale di Vannacci nello schieramento di destra. È di tutta evidenza che con questi partiti qualunque ipotesi di costruire una coalizione di governo è semplicemente impossibile e impraticabile. E a nulla valgono le ipocrisie o i sotterfugi propagandistici per giustificare o, peggio ancora, spiegare la bontà e l’efficacia di coalizioni simili.
Un Centro per ricostruire la cultura di governo
Ed è anche per queste motivazioni, tutt’altro che peregrine o virtuali, che quasi si impone in vista delle prossime elezioni politiche la costruzione di un soggetto/polo/lista di centro che, soprattutto, sappia rideclinare una vera e credibile cultura di governo.
È appena sufficiente, al riguardo, rileggere le vicende della nostra storia democratica per arrivare alla conclusione che la cultura di governo né si inventa e né si pianifica a tavolino. Chi è populista, chi è estremista e chi è massimalista semplicemente non può governare un Paese. Sempreché non si voglia far deragliare definitivamente e irreversibilmente l’intero Paese verso lidi imprevedibili e del tutto misteriosi anche sul versante democratico, liberale e costituzionale.
