Home GiornaleIl “popolo attivo” di Valdo Spini, una lezione per il riformismo

Il “popolo attivo” di Valdo Spini, una lezione per il riformismo

L’intuizione di Valdo Spini sul “popolo attivo” supera le tradizionali appartenenze sociali e richiama una cultura della responsabilità, del lavoro, della partecipazione e della libertà come impegno personale e collettivo.

Oltre il popolo passivo

Il costrutto di “popolo attivo”, elaborato e proposto da Valdo Spini già nel Psi e poi alla guida della Federazione laburista, è di un’attualità formidabile. Attivo è l’opposto di passivo. Dunque, il popolo attivo non solo come coloro che vivono del proprio lavoro, bensì quanti si pongono con un atteggiamento propositivo, fattivo, positivo: chi si impegna, ha idee, è volto al futuro, costruisce, al di là della società “lavoristica” tradizionale. Un appello, quello di Valdo, che oggi andrebbe rivolto anche agli eredi di Alcide De Gasperi. Ricordiamo ciò che dichiarò lo statista e leader democristiano alla vigilia delle elezioni del 18 aprile 1948: «Siamo un partito di centro che cammina verso sinistra […]. La meta è quella di un laburismo italiano». E che dire della battaglia del comunista Giorgio Amendola contro le tendenze e le incrostazioni parassitarie e burocratiche che si annidavano anche all’interno dei ceti popolari e delle forze sindacali?

La linea di frattura tra produttori e parassiti

Vi è sicuramente un’eco di Saint-Simon nell’idea guida di Spini e in tali altri fermenti: la capacità di scorgere la linea di frattura, appunto, tra parassiti e produttori. Dove la questione della proprietà, in senso giuridico, dei mezzi di produzione si relativizza: è l’approccio attivo che conta, che si lavori “nel privato”, “nel pubblico” o nelle cooperative. Un terreno sul quale maestri del cristianesimo sociale come Ermanno Gorrieri molto avrebbero da insegnare.

La libertà come esercizio quotidiano

E il “popolo attivo” evoca sia la componente della società davvero protesa a fare e a pensare, sia i singoli. Qui giunti, mi perdoni il lettore se riporto ancora una volta ciò che scrisse Carlo Rosselli sul numero 1 (gennaio 1932) dei Quaderni di Giustizia e Libertà: «Il liberalismo, prima ancora che una filosofia e una politica, è un atteggiamento dello spirito. Liberali non si nasce, si diventa. E si diventa attraverso uno sforzo incessante di conoscenza degli altri e di sé, attraverso un perpetuo esercizio delle proprie facoltà.

La fede del liberale è una fede virile fondata sulla ragione. In questa sua razionalità sta ad un tempo la sua debolezza e la sua forza. Debolezza, perché esclude le rivelazioni folgoranti, le conversioni d’impeto; forza, perché una volta conquistata dà a chi la possiede un senso più pieno e sicuro della vita.

Nessun errore maggiore che vedere nel liberale uno scettico, un passivo. Il liberale è un credente che afferma la libertà dello spirito umano, che proclama l’uomo unico fine, che ha fede nella perfettibilità del genere umano, che è animato da una insoddisfazione perenne per tutte le posizioni acquisite, per tutte le lotte conchiuse e le mortifere quieti.

Il liberale è un combattente, un intervenzionista nato: è tout court l’uomo moderno.

L’uomo vive associato

Nella sfera individuale esso reclama l’autonomia della coscienza, il rispetto di una sfera invarcabile di indipendenza dell’uomo. Nella sfera associata esso reclama autonomia per tutti gli spontanei raggruppamenti di uomini, gruppi, classi, chiese, nazioni e la ripulsa da ogni violenza.

Le due sfere sono indissolubilmente connesse. La libertà non ha senso riferita all’uomo isolata. L’uomo vive associato e il concetto di libertà è necessariamente universale. Una libertà di singoli, di caste, di classi, di superuomini non è libertà: è privilegio».