Forse bisognerebbe parlare dei “sionismi”, al plurale: dall’anelito di una “casa”, dell’Heim (l’intimità), di una dimora (come fu per André Neher, da me appassionatamente studiato) al nazionalismo fino all’integralismo religioso.
Credo che oggi del sionismo, rettamente inteso, resti ben poco.
Invece in Israele vi è un’abissale questione democratica, come dimostrano ad esempio le ripetute aggressioni dei coloni di Cisgiordania nei confronti dei palestinesi e, di nuovo in questi giorni, delle moschee. Non più, dunque, Tel Aviv faro della democrazia in Medio Oriente, esempio di laicità e di condivisione plurale con gli arabi israeliani; esempio rispetto all’Occidente stesso.
Mi viene da proporre la similitudine con la cosiddetta “economia di guerra”, che “vera” economia non è. Ecco, lo Stato israeliano è come abbrutito e sfigurato da decenni di conflitto e di sangue: una sorta di “democrazia di guerra”. Detto altrimenti, come non pochi autorevoli osservatori notano, non è più una democrazia. O, quantomeno, lo è in maniera assai anomala.
