Home GiornaleIsraele mette a rischio i due Stati. Bene il no (anche) dell’Italia

Israele mette a rischio i due Stati. Bene il no (anche) dell’Italia

Il progetto E1 spezza la continuità territoriale palestinese e di trasformare la soluzione dei due Stati in una formula vuota. Giusto che l’Italia, con altri sei Paesi, abbia chiesto al governo israeliano di fermarsi.

Su E1 non si può tacere

Bene ha fatto l’Italia ad aderire alla netta presa di posizione internazionale contro il progetto israeliano E1. La dichiarazione di ieri, 20 agosto, sottoscritta da Italia, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi, Canada e Norvegia, chiede al governo israeliano di ritirare immediatamente i piani di espansione degli insediamenti in Cisgiordania.

Non siamo di fronte a una questione urbanistica. Il governo israeliano ha aperto il bando per 1.234 nuove unità abitative nell’area E1, a est di Gerusalemme, con scadenza il 19 ottobre, all’interno di un progetto assai più vasto. È la geografia a spiegare la gravità della decisione: edificare E1 significa compromettere la continuità territoriale tra il nord e il sud della Cisgiordania e rendere ancora più problematica la possibilità di costruire uno Stato palestinese territorialmente sostenibile.

Per questo i sette Paesi hanno usato parole inequivocabili: il progetto «allontana ulteriormente dalla pace» e rischia di compromettere ulteriormente la reputazione internazionale di Israele.

Amici di Israele, non del governo Netanyahu

C’è un equivoco che sarebbe bene dissipare. Difendere il diritto di Israele all’esistenza e alla sicurezza non significa sottoscrivere ogni decisione del suo governo. Anzi, proprio chi considera fondamentale la sicurezza dello Stato ebraico dovrebbe contrastare scelte destinate ad aumentarne l’isolamento e a cancellare progressivamente qualsiasi credibile soluzione politica del conflitto.

Gli insediamenti israeliani nei territori occupati sono considerati illegali dal diritto internazionale: lo hanno ribadito le Nazioni Unite e lo ricordano esplicitamente i firmatari della dichiarazione. Ma E1 presenta un’aggravante politica: rischia di rendere materialmente impraticabile quella soluzione dei due Stati che la comunità internazionale continua a indicare come l’unico approdo possibile.

L’amicizia verso Israele non può dunque trasformarsi in acquiescenza verso il governo Netanyahu. Un alleato è credibile anche quando sa dire no.

L’Italia ha scelto bene

La presenza italiana tra i firmatari è perciò significativa. E non rappresenta neppure un’improvvisa correzione di rotta: già nel maggio scorso Roma aveva aderito a una dichiarazione internazionale che indicava specificamente E1 come una minaccia alla soluzione dei due Stati.

Adesso, però, il problema diventa più urgente. Se mentre la diplomazia continua a parlare di due Stati sul terreno si procede in direzione opposta, quella prospettiva rischia di ridursi a una formula rituale, buona per i comunicati e sempre meno praticabile nella realtà.

Israele ha diritto alla sicurezza. I palestinesi hanno diritto a una prospettiva politica, a un territorio e a uno Stato. Tenere insieme questi due principi non è equidistanza: è la condizione per cercare una pace possibile.

Per questo l’Italia ha fatto bene a schierarsi. Fermare E1 non significa schierarsi contro Israele. Significa opporsi a una scelta del suo governo che rischia di allontanare ancora di più la pace e, alla lunga, di danneggiare lo stesso Israele.