Home GiornaleLa strana storia di Ranucci e Lavitola, un film dalla triste sceneggiatura

La strana storia di Ranucci e Lavitola, un film dalla triste sceneggiatura

Il caso per eccellenza di questa estate si trasforma in una vicenda sempre più avvilente. Ma oltre i protagonisti resta una domanda: come ha funzionato, in questi anni, il “quarto potere” dell’informazione?

La calda estate dell’Italia dei media

Quella di Ranucci e Lavitola, vicenda scadentissima, sta diventando una soap a puntate ancora più avvilente. Avvocati che si arrabattano in dichiarazioni alla stampa prive di sostanza, chiarimenti che non chiariscono nulla, eventuali messaggi cifrati e così via, con tutti gli ingredienti di una storia che di gustoso ha solo il suo squallore.

Lavitola si scusa con l’innocenza di un bambino di cui si è scoperta la marachella. È la cartina di tornasole di personaggi che credono di essere onnipotenti o che, con presunzione, immaginano di poter lasciare tracce di sé nella storia del nostro Paese. A proposito, potrebbe tornare godibile rivedere il film dal titolo “Il moralista”, con il nostro Albertone nazionale a fare da protagonista.

 

Storia di un modo antico

Ora si mira a un punto che non risolve la faccenda e che sarà giustamente materia solo della magistratura. Lavitola, ristoratore di pesce, forse ha desiderato prendere a pesci in faccia la sua professione per tornare a fare un po’ di casino in politica.

Ranucci, per adesso, ha preso in prestito il motto di Francesco Saverio Borrelli “resistere, resistere, resistere”, che era certo di poteri che congiuravano contro l’indipendenza della magistratura, così sconfinando, secondo molti altri, in campi che non gli competevano.

Sarà stata la foga della giustizia alla quale prestava servizio che talvolta lo ha portato, secondo qualcuno, a confondersi con la rivoluzione. All’ars destruens non sarebbe corrisposta un’altrettanta ars construens, o forse era proprio questo lo scopo: restare nello sfacelo e non un passo oltre. Qualche romantico potrebbe dire che trattasi di rivoluzione permanente. Una trentina di anni dopo, i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

 

A volte abdicare…

Sembra che Ranucci voglia restare a Report ad ogni costo. È stato dotato di uno spiccato senso di opportunismo per aver saputo infilarsi in un filone televisivo che fa gola agli italiani tipici delle fulminanti vignette di Altan. Appare adesso clamorosamente scarso di senso dell’opportunità, al punto da non fare un passo indietro per non compromettere, almeno in questa fase, il servizio pubblico televisivo, che merita più gratitudine e generosità, posto che gli ha dato fama e gloria.

Qualcuno dovrebbe spiegargli che Report richiama anche la traiettoria di un boomerang: chi lo lancia deve essere consapevole che torna indietro e, se non si sta attenti, può far del male proprio all’autore del tiro.

 

Questioni di punti di vista

Il punto non è chi condurrà, semmai, nella nuova stagione Report, se Ranucci è vittima o colluso con Lavitola, se è stato così vanitoso nell’ipotizzare un suo ruolo in politica, se è mancato di prudenza in certe frequentazioni divenute persino amicali.

Il punto non è se ha fatto inchieste su commissione o se abbia scoperto effettivamente le malefatte della nostra società. Il punto non è quanto sia costata la macchina di Report e quanti buchi nell’acqua si siano poi rivelati, dopo tante trafelate attenzioni verso questo o quel fatto portato in bocca a un pubblico educato al massacro.

Il punto non è l’avvilente schierarsi dei partiti a favore o contro Ranucci per raggranellare qualche consenso o per consumare qualche vendetta. Il punto non è se, dalla Gabanelli in poi, si sia consumato il rischio di un’eventuale informazione non sempre indipendente e all’altezza del proprio ruolo e delle proprie responsabilità, dove l’obiettività può aver smarrito il suo fuoco, dove infine il gabbato è l’ignaro telespettatore.

 

L’inciampo del “quarto potere”

La questione, su cui si dovrebbe piuttosto fermare il pensiero, dovrebbe essere nel chiedersi come sia stato possibile consentire per anni inchieste di stampo “accusatorio” e non di indagine e come mai soltanto oggi si sia scoperto il vaso di Pandora, su cui commenta negativamente una parte non marginale della stessa “informazione”, fino ad oggi clamorosamente silente.

Come si fosse svegliato da un brutto sogno, oggi il giornalismo italiano si accorge dell’accaduto e dice la sua, chiamando alla presa di distanza, alla censura, all’allarme, allo scandalo, attraverso diversi suoi commentatori che tentano di recuperare su una colpa, se non di complicità, almeno di sottovalutazione.

 

Una lezione da mandare a memoria

Sembra che Giulio Andreotti un giorno abbia detto: “Io distinguerei le persone morali dai moralisti, perché molti di coloro che parlano di etica, a forza di discuterne non hanno poi il tempo di praticarla”.

Il punto è questo e non altro. Chissà cosa ne pensano Conte e compagnia cantando.