Kissinger, equilibrio e potenza i cardini della sua politica

Come Talleyrand e Metternich, ha dominato un’epoca, sospeso tra il genio e l’immoralità, tra l’ambizione di mantenere ad ogni costo la supremazia americana e la perfetta consapevolezza che tutto è caduco.

Nella sua casa del Connecticut, questa volta lontano da ogni clamore, si è spento a cent’anni Henry Kissinger, l’uomo che con la sua visione pragmatica e spregiudicata ha disegnato gli equilibri della politica internazionale del secolo scorso.

Da accademico divenuto consigliere per la sicurezza nazionale e poi segretario di Stato di due presidenti, Nixon e Ford, l’ebreo tedesco Kissinger (nel suo basso cavernoso risuonò sempre un vago accento bavarese) ha attraversato le epoche con la fermezza di chi è ben consapevole di fare la Storia. La sua mano ha guidato la politica estera americana sulle acque tumultuose della Guerra fredda, fino all’approdo dei trattati di non proliferazione nucleare con l’URSS. Il suo nome è inciso nella memoria collettiva per aver intessuto la tela della controversa pace in Vietnam, che gli è valsa il Nobel nel 1973 mentre sul terreno ancora si combatteva. Ma quell’anno fu anche testimone di ombre lunghe e oscure: il colpo di stato in Cile che provocò la caduta di Allende e l’ascesa di Pinochet ancora oggi tinge di grigio la sua eredità. Anche più gravi appaiono, agli occhi dello storico, le conseguenze immediate dell’operazione Condor. Concepita per “stabilizzare” l’America Latina, di fatto coprì, soprattutto fra il 1976 e il 1978, i crimini  delle dittature “amiche” di Washington. Kissinger superò indenne ogni ostacolo. Toccò l’apice del potere nel bel mezzo dello scandalo Watergate: con il presidente indebolito e psichicamente instabile, divenne una sorta di “reggente”, lui che, nato all’estero, mai avrebbe potuto occupare lo Studio ovale.  “Indubbiamente – ammise più tardi – la mia vanità fu stuzzicata. Ma l’emozione dominante – precisò – fu la premonizione di una catastrofe”.

Il pragmatismo di Kissinger, che lo portò, seguendo l’impulso di Nixon, al dialogo profetico con la Cina di Mao e a fini tessiture diplomatiche in Medio Oriente, ha lasciato un segno durevole nella condotta della politica estera statunitense, da lui modellata con l’abilità di un mastro orologiaio. Segno durevole, non indelebile: quasi tutte le amministrazioni successive si sono rivolte a lui come a un oracolo, cercando nell’esperienza dell’anziano diplomatico le risposte per un mondo che, in realtà, non era più lo stesso. Il declino dell’”impero americano”, l’ascesa della Cina e di altre potenze regionali, la resilienza della Russia dopo la sconfitta nella Guerra Fredda hanno cambiato la faccia della Terra.

La lezione di Kissinger – partire sempre dalla machiavelliana “realtà effettuale” e riconoscere le sfere d’influenza delle altre potenze – è stata messa da parte in nome di una politica, potenzialmente assai pericolosa, fondata su princìpi e valori astratti, che la concretezza del “vecchio Henry”, per diverse vie, avrebbe tutelato molto meglio. Gli ultimi giudizi, ad esempio sulla guerra in Ucraina, l’hanno ben lasciato intendere.

La Storia sarà l’ultima giudice delle sue azioni, sulla scacchiera globale dove ha mosso i pezzi con precisione e audacia. Come Talleyrand e Metternich, ha dominato un’epoca, sospeso tra il genio e l’immoralità, tra l’ambizione di mantenere ad ogni costo la supremazia americana e la perfetta consapevolezza che tutto è caduco: anche la sua voce di gigante in mezzo al crescente disordine del mondo.

 

Avv. Paolo Giordani

Presidente IDI – Istituto Diplomatico Internazionale