Una riscoperta singolare
Che strana e singolare è la politica italiana. Dopo averla ridicolizzata, insultata, denigrata, criminalizzata e rinnegata, ora quasi c’è una rincorsa a esaltare le sue gesta, il suo modo d’essere, il suo progetto politico e, soprattutto, il suo stile. Parliamo, guarda un po’, della Democrazia cristiana.
Guitti, saltimbanchi, aspiranti comici, centristi improvvisati e personaggi in cerca d’autore appaiono in pubblico come se fossero depositari della cultura degasperiana, della politica di centro e, peggio ancora, quasi come gli eredi naturali della Democrazia cristiana.
Nel frattempo, i grandi opinionisti e commentatori della carta stampata e della tv — sempre gli stessi, come ovvio e da copione — esaltano il ruolo e la funzione storica del centro democristiano dopo avere insolentito e duramente contestato, per svariati lustri, se non decenni, tutto ciò che era anche solo lontanamente riconducibile alla vita concreta della Democrazia cristiana.
La credibilità non si improvvisa
Ora, al di là di simili ridicolaggini, una cosa sola merita di essere approfondita. Come possono essere credibili coloro che a destra, ma soprattutto a sinistra, il centro e la storia democristiana non li hanno mai studiati neanche per scherzo?
Com’è possibile assistere impotenti a questo sfoggio di centrismo da parte di personaggi noti più per il trasformismo strisciante e strutturale che li ha caratterizzati che per una coerenza politica e culturale di fondo?
Non si tratta, cioè, di rivendicare il monopolio esclusivo del centro politico nel nostro Paese. Ma è indubbio che l’estraneità quasi antropologica di molti di questi sedicenti centristi indebolisce, se non addirittura ridicolizza, la necessità di riaffermare le ragioni politiche di un centro democratico, riformista e autenticamente di governo.
I “centrini” dei due schieramenti
La controprova arriva direttamente dalle concrete vicende dei due schieramenti maggioritari. Nel cosiddetto “campo largo” ormai è quasi una comica. Come si possono contare oltre dieci sigle centriste che rivendicano, all’unisono, di rappresentare loro e soltanto loro un centro democratico e riformista?
È di tutta evidenza che c’è qualcosa che non quadra. E non è un caso, di conseguenza, che proprio questi infiniti “centrini” non trovino uno straccio di convergenza politica e programmatica: sono accomunati solo e soltanto da ambizioni personali a difesa dei “rispettivi cari”, per dirla con un’antica e felice espressione di Giulio Andreotti.
Nel campo alternativo, il centrodestra, la situazione non è granché migliore, anche se le forze centriste, da quelle parti, sono di meno e quindi sono meno conflittuali tra loro.
Una cultura da tradurre in progetto
Comunque sia, al di là di qualsiasi polemica politica e men che meno personale, forse è arrivato il momento di dire ad alta voce che il centro, la politica di centro e un programma di centro devono essere declinati anche e soprattutto da chi, storicamente, culturalmente e politicamente, è più affine a quella sensibilità ideale e valoriale.
E questo per evitare che il centro, ancora una volta, venga strattonato a destra e a manca senza riuscire a giocare un ruolo politico importante, se non addirittura decisivo.
Come, del resto, richiederebbe l’attuale contesto politico italiano, caratterizzato da un pericoloso ritorno della deriva degli “opposti estremismi” o degli “opposti populismi”, come si dice oggi con un linguaggio più contemporaneo.

