Home GiornaleLa lingua morta della politica: un paradigma che ha smesso di pensare

La lingua morta della politica: un paradigma che ha smesso di pensare

Dagli slogan alle provocazioni mediatiche, la politica ha smesso di usare il linguaggio per esprimere un pensiero. Klemperer, Debord e Pasolini aiutano a comprendere questa mutazione.

Renzi che sfida Vannacci a fare la “maratona” davanti alle telecamere. Fratoianni che evoca il “colpo di stato”. Neologismi sparati come petardi, rancori trasformati in randellate verbali. Destra e sinistra, senza distinzione: il sintomo è lo stesso, e non è solo cattivo gusto. È la spia di una mutazione più profonda.

Il politichese è morto, viva la neolingua

Per decenni abbiamo chiamato “politichese” l’arte di dire tutto senza dire niente: frasi lunghe, subordinate infinite, un pensiero annacquato ma pur sempre presente, sepolto sotto la retorica. Oggi è diverso. Il linguaggio politico non nasconde più un pensiero: lo sostituisce. Non è né lungo né corto. È morto. Non c’è più nulla da interpretare, nessuna ermeneutica necessaria, perché sotto la superficie non c’è una seconda superficie: c’è il vuoto.

Klemperer e le dosi che avvelenano

Victor Klemperer, filologo sopravvissuto al nazismo, lo aveva già capito osservando la lingua del Terzo Reich: non sono i grandi discorsi a plasmare le menti, ma le parole d’uso quotidiano, ripetute ossessivamente in dosi minime, come un veleno che si assume senza accorgersene. Un “colpo di stato” buttato lì con leggerezza, una “maratona” gridata come una sfida da cortile: non sono lapsus, sono il termometro di una lingua pubblica ridotta a puro slogan.

Debord: siamo sul set, non nel discorso

Ed è qui che torna utile Guy Debord: la politica come spettacolo che sostituisce il rapporto diretto con la realtà. Il duello mediatico non serve a convincere, serve a rappresentare un conflitto, per un pubblico che non chiede argomenti ma scene. Siamo davvero su un set cinematografico, come si intuisce guardando certi video: il copione conta più del contenuto.

Pasolini e la mutazione antropologica

Pier Paolo Pasolini l’aveva chiamata mutazione antropologica: un imbarbarimento linguistico che è insieme causa ed effetto della perdita di senso. Non serve più un’ideologia per governare le menti, basta l’omologazione linguistica. La banalità del male di Hannah Arendt, spesso invocata in questi casi, qui non basta: quella era l’assenza di pensiero nel burocrate silenzioso, non lo spettacolo urlato di chi il pensiero lo sacrifica volontariamente sull’altare del consenso.

Una cultura possibile, nel senso etimologico

Forse la vera domanda non è se la politica sia ancora dettata dalla finanza o dalla tecnica, ma se possa tornare a essere guidata da una cultura, nel senso etimologico di coltivare — il pensiero, la parola, il senso. Finché la lingua resterà questo guizzo suicidario verso la morte del significato, non c’è attentato più grave di quello, quotidiano, contro il linguaggio stesso.