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La memoria di Moro non si usa

Nel tempo della memoria, il pensiero dello statista democristiano non può diventare un santino elettorale né una comoda copertura per manovre di posizionamento.

Siamo vicini all’anniversario dell’uccisione di Aldo Moro, avvenuta il 9 maggio 1978, e torna con essa la memoria degli uomini della sua scorta, barbaramente assassinati in via Fani il 16 marzo di quello stesso anno. Sono giorni che dovrebbero imporre misura, pudore, silenzio pensoso. Giorni nei quali la politica dovrebbe abbassare la voce, non alzarla per appropriarsi di ciò che non le appartiene.

C’è qualcosa di profondamente stonato, quasi indecoroso, nel vedere Aldo Moro convocato come nume tutelare di disegni che con la sua visione hanno poco o nulla da spartire. Moro non fu l’uomo delle posture decorative, delle commemorazioni utilitaristiche, delle liturgie buone per ripulire l’immagine di una classe dirigente in cerca di genealogie nobili. Fu, al contrario, un gigante tragico della politica pensata, sofferta, mediata, attraversata da cultura istituzionale, senso dello Stato e responsabilità storica.

Per questo appare francamente desolante che il suo nome venga oggi maneggiato come una reliquia da esposizione, utile a costruire ponti retorici, equilibri interni, ammiccamenti elettorali e piccole strategie di legittimazione. Tutti a dire che Moro “univa e non divideva”. Formula comoda, levigata, persino innocua. Ma Moro non “univa” per cercare applausi trasversali né per piacere a tutti. Univa perché aveva compreso la complessità del Paese, perché sapeva che la democrazia non vive di tifoserie permanenti, ma di fatica, pensiero, istituzioni, mediazione alta.

Ridurlo a una figurina ecumenica buona per la stagione delle alleanze significa tradirlo due volte: prima nella memoria, poi nella vita pubblica. Perché Moro non era un dispositivo commemorativo. Non era un marchio da apporre su operazioni di centrosinistra, né un padre nobile da evocare quando serve una patina di profondità su strategie assai più contingenti.

Il punto non è ricordarlo. Il punto è non usarlo. E oggi, troppo spesso, la memoria pubblica diventa una lavanderia simbolica: si prende un grande morto, lo si spoglia della sua inquietudine, lo si rende innocuo, lo si accomoda al tavolo del presente e gli si fa dire ciò che serve alla giornata.

Aldo Moro merita silenzio, studio, rispetto. Non l’ennesima passerella di chi cerca nel suo nome un supplemento d’anima che questa politica, da sola, non riesce più a generare.