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La mente che nessuno cura

In Italia la salute mentale non è un problema di fondi, ma di modello. Non basta assumere personale, se la rete resta frammentata in silos che non comunicano. E sui giovani il collasso è già realtà.

In Italia ogni emergenza collettiva finisce per diventare un capitolo di bilancio. Succede anche con la salute mentale: se il sistema scricchiola, la risposta è sempre la stessa — più fondi, più organico, un decreto. Ma la vera emergenza di questo Paese è un’altra: non quanto si investe, ma come si cura.

 

Numeri che pesano

Nel 2024 i servizi hanno assistito 845.516 persone, con oltre 636.000 accessi al pronto soccorso psichiatrico e appena 75,2 euro pro capite di spesa. Il personale è cresciuto, da 29.114 a 33.142 unità, ma mancano ancora 7.500 professionisti rispetto allo standard. E l’assistenza varia da Regione a Regione: da 119 utenti ogni 10.000 abitanti nelle Marche a 447 in Liguria. Non basta assumere personale, se la rete resta frammentata in silos che non comunicano.

 

La piaga più ignorata

Sui minori il quadro è più drammatico: un adolescente su sette presenta segni riconducibili a un disturbo psichico, quasi un milione di ragazzi. In dieci anni sono raddoppiati gli utenti della neuropsichiatria infantile, oggi oltre 600.000, ma alcune Regioni coprono il 9% dei minori, altre meno del 4%. Al compimento dei 18 anni la presa in carico si interrompe bruscamente, proprio quando il rischio di abbandono è più alto.

 

Il carico sulla famiglia

Quando il sistema pubblico non regge, il vuoto lo riempie la famiglia. In Italia sono almeno 600.000 le persone con disturbi psichiatrici gravi affidate ai propri cari, senza sollievo né formazione. Nella teoria dei sistemi sociali di Niklas Luhmann, famiglia e sanità sono sistemi autonomi ma strutturalmente interdipendenti: quando uno dei due cede, l’urto si scarica sull’altro, e la famiglia diventa l’ultimo ammortizzatore di un fallimento pubblico.

 

Un ritorno al passato?

La domanda è meno provocatoria di quanto sembri, se ci si riferisce non ai manicomi ma al modello territoriale nato con Basaglia a Trieste: servizi radicati nei quartieri, presa in carico continuativa, inclusione sociale — riconosciuto dall’OMS tra i più efficaci al mondo. Oggi è proprio quell’approccio a essere eroso da una deriva ospedaliera e burocratica che lo rende irriconoscibile in molte Regioni. Recuperarne lo spirito, non la nostalgia, potrebbe essere la vera riforma.

 

Ridisegnare, non rattoppare

La questione è anche sociale: famiglie più isolate, pressione digitale e scolastica precoce, stigma che ritarda la richiesta d’aiuto. Servirebbe un assetto diverso: servizi integrati, prevenzione dai 3-5 anni, transizione programmata tra cura minorile e adulta, standard uniformi sul territorio, sostegno ai caregiver.

Il Piano nazionale 2026-2030 va in questa direzione, ma il rischio resta: scrivere «più risorse» credendo di aver risolto la questione del «come». Uno Stato che lascia un adolescente su sette, e le famiglie che li reggono, senza risposta non ha un problema di ragioneria. Ha un problema di civiltà.