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Politica estera e leadership: il nodo irrisolto del campo largo

Una coalizione che aspira a governare non può subordinare la propria collocazione internazionale all’esito delle primarie. Programmi, alleanze e scelte strategiche devono precedere la selezione della leadership.

Le primarie non possono decidere la politica estera

Se non fosse tutto drammaticamente vero, potrebbe anche essere interpretato come uno scherzo di carnevale. Invece, appunto, è tutto vero. Ormai lo sappiamo tutti — almeno quei pochi che seguono il dibattito politico — perché è stato ampiamente pubblicizzato. Ovvero, e in sintesi, il cosiddetto e sempre più variegato e folkloristico “campo largo” costruirebbe la sua politica estera — cioè l’asset centrale e decisivo che caratterizza qualsiasi governo — attraverso la celebrazione delle miracolistiche primarie.

Cioè, secondo il verbo del capo del partito populista dei 5 Stelle, Conte, prima si fanno le primarie e poi si decide quali sono la proposta e il progetto della coalizione di sinistra e progressista. È di tutta evidenza che, secondo questa vulgata, il progetto di politica estera della coalizione dipende da chi vince le primarie.

Se, ad esempio, dovesse imporsi il capo dei 5 Stelle, noi ci troveremmo di fronte a una coalizione sostanzialmente antioccidentale, formalmente e burocraticamente europeista, fortemente filorussa e filocinese. In sintesi, una politica estera sostanzialmente esterna, se non addirittura alternativa, rispetto alla tradizionale politica estera del nostro Paese dal secondo dopoguerra in poi.

Certo, è sufficientemente noto che il profilo politico del capo dei 5 Stelle è riconducibile a un profilo caratterizzato dal trasformismo politico e dall’opportunismo parlamentare. Ma è altrettanto indubbio che una coalizione politica che si candida a governare un Paese come l’Italia non può divertirsi e giocare attorno alla politica estera.

E cioè: come collocare il nostro Paese nello scacchiere europeo e internazionale, quali alleanze perseguire, quali scelte strategiche intraprendere e, soprattutto, come affrontare seriamente e non demagogicamente o populisticamente questo “cambiamento d’epoca”, come giustamente sottolineava Papa Francesco.

 

Una coalizione di governo non può affidarsi alla tombola

Insomma, e al di là delle simpatie, o meno, che si possono nutrire nei confronti di questa nuova e inedita “gioiosa macchina da guerra”, forse è anche arrivato il momento per dire, semplicemente, che la politica estera di una coalizione che aspira anche a essere un’alleanza di governo non può trasformarsi in una sorta di tombola permanente. Cioè, che cambia a seconda delle circostanze e delle intuizioni trasformistiche del momento.

Perché delle due l’una: o il trasformismo politico è diventato la nuova cifra della coalizione di sinistra e progressista, oppure la politica estera non rientra più nelle priorità di questo campo politico.

Entrambe queste soluzioni, per restare alla proposta singolare e anacronistica del capo dei 5 Stelle, rischiano di consegnare all’irrilevanza e, soprattutto, alla pericolosità una coalizione che si ispira concretamente a quei disvalori.

 

Prima i programmi, poi la leadership

Oppure, e questa forse sarebbe la soluzione più credibile, anche se a oggi non si intravede affatto all’orizzonte, ritornare a una stagione dove i programmi precedono sempre l’individuazione della leadership politica della coalizione.

Del resto, come può essere ritenuta seria e affidabile una coalizione che prescinde radicalmente dai programmi e che ritiene la politica estera un ornamento del tutto secondario e irrilevante ai fini della credibilità dell’alleanza stessa?

Questo è il vero nodo politico che la coalizione di sinistra e progressista adesso deve sciogliere. Al di là dell’ipocrisia, delle furbizie e dei cavilli trasformistici del capo dei 5 Stelle.