Home GiornaleLa Russia è molto più debole di 4 anni fa

La Russia è molto più debole di 4 anni fa

Dalla parata opaca del 9 maggio alle difficoltà in Ucraina, Siria, Sahel e Caucaso: Mosca appare meno temuta, più isolata e sempre più dipendente dalla Cina di Xi Jinping.

Una parata senza trionfo

La celebrazione in tono minore, molto minore, della ricorrenza del 9 maggio – giorno che la Russia festeggia in quanto anniversario della sconfitta nazista – ha destato una qual certa impressione in tutti gli osservatori internazionali.

Nessuna esibizione di forza militare (ancor più evidente se solo si fa memoria delle imponenti parate del passato, non solo sovietico ma anche di questi anni “putiniani”), tempi limitati allo stretto essenziale, pochissimi ospiti stranieri, presenza di un contingente nordcoreano (a ricordare – e questo è stato un effetto non voluto – che l’infinita “operazione militare speciale” in Ucraina ha richiesto pure il sacrificio di migliaia di giovani soldati asiatici mandati a morire dal dittatore Kim Jong-un), discorso sottotono del Presidente, apparso stanco e invecchiato. Il tutto con la paura di un attacco ucraino, che però sarcasticamente Zelenskyi (che non ha dimenticato la sua professione originaria) aveva garantito non ci sarebbe stato.

Questo clima un po’ mesto è divenuto a Mosca addirittura plumbeo una settimana più tardi quando il cielo si è riempito di droni ucraini che hanno dimostrato d’essere in grado di colpire finanche la capitale, e che quindi – volendo – avrebbero potuto colpirla anche il 9 maggio. La feroce reazione russa, con il più pesante attacco missilistico su Kyiv dall’inizio della guerra non ha cancellato il senso di frustrazione e stanchezza che si era percepito durante la parata, tutt’altro che trionfale, del giorno della vittoria.

E adesso, col drone caduto in Romania e le al solito allucinanti dichiarazioni di Medvedev, quella frustrazione pare poter generare nuovi fermenti guerreschi.

I segnali di un Cremlino più fragile

Cosa sta succedendo fra le mura del Cremlino? Non lo sappiamo, naturalmente. Ma una serie di indizi conduce a sospettare che il potere dello zar stia lentamente, impercettibilmente cominciando a indebolirsi. E ciò non tanto a causa delle voci su un possibile tentativo di golpe che sarebbe stato ordito dall’ex sodale ed ex Ministro della Difesa Sojgu, voci peraltro non confermate. Quanto piuttosto dagli eventi che hanno nell’ultimo anno e mezzo posto in evidenza un effettivo indebolimento russo nello scacchiere internazionale.

L’Ucraina e il fallimento della narrazione putiniana

La guerra in Ucraina, innanzitutto. Dove non solo i russi non conquistano più territorio da diversi mesi ma addirittura ne hanno perduto una parte, già occupata al costo di migliaia di vite umane. Non solo. L’efficienza con la quale Kyiv dimostra di saper produrre e impiegare droni letali ha smentito la narrazione (assai in voga anche da noi ad opera dei corifei putiniani alloggiati dalle parti del Fatto Quotidiano) secondo la quale gli ucraini non hanno alcuna possibilità e dovrebbero arrendersi e basta.

Siria, Sahel e Caucaso: gli alleati si allontanano

Ma c’è dell’altro. La Russia sta perdendo gli alleati sui quali contava per una propria presenza attiva in varie parti del globo. A cominciare dal Mediterraneo, ove le basi militari, effettivamente strategiche, possedute in Siria sono ora in una condizione di incertezza perché il nuovo potere insediatosi a Damasco non è certo così amichevole con Mosca (al quale anzi reclama la restituzione dell’ex dittatore lì protetto) come lo era quello di Bashar al-Assad.

Per proseguire nel Sahel, la vasta area subsahariana dell’Africa dove attraverso il famoso Gruppo Wagner ora ridenominato Afrika Corps Mosca aveva progressivamente occupato lo spazio geopolitico prima appannaggio della Francia. Qui fra colpi di stato, infiltrazioni jihadiste, eterni conflitti tribali, la situazione è un po’ sfuggita di mano e l’investimento fatto a suo tempo potrebbe anche perdere il suo valore.

E ancora: il conflitto Azerbaijan – Armenia non solo si è concluso con la vittoria azera e con un accordo di pace mediato dagli USA. Per di più i russi hanno dimostrato di non saper (in un primo tempo) e di non voler (in un secondo) proteggere l’alleato armeno il quale ora, indebolito, sta riconsiderando il proprio quadro di alleanze, cominciando con l’uscita dalla CSTO (Collective Security Treaty Organization) a guida russa e avviando un riavvicinamento all’Unione Europea.

L’ombra lunga della Cina su Mosca

Anche l’Iran è un alleato che Mosca ha dimostrato di non saper e poter garantire: al di là di ogni valutazione negativa sulla guerra voluta dal duo Netanyahu-Trump, ciò peserà sulla situazione che verrà a determinarsi in seguito all’accordo che, si spera presto, verrà raggiunto fra Washington e Teheran.

Infine, spostandoci nel continente americano, è già saltato l’alleato venezuelano e potrebbe accadere la stessa cosa per Cuba: in quest’ultimo caso lo smacco sarebbe enorme soprattutto dal punto di vista simbolico, per quello che il regime de L’Avana ha significato per decenni in tutto il mondo.

In un quadro dunque alquanto desolante a Putin resta l’inscalfibile “amicizia” con Xi Jinping e la Cina. Ma è davvero così? La visita a Pechino, pur celebrativa e ricca di accordi commerciali in numerosi settori, ha dato l’idea, ancor più di quelle precedenti, di una sostanziale sottomissione, e non solo perché la Cina garantisce le finanze russe acquistando (a prezzo di favore) la gran parte del greggio prodotto da Mosca.

Se quanto ha rivelato il Financial Times fosse vero – e cioè che Xi avrebbe confidato a Trump che “Putin potrebbe pentirsi della guerra in Ucraina” – si avrebbe in un qualche modo la conferma che alla Cina e al suo leader interessa solo un risultato: portare il paese al livello di prima potenza planetaria, al momento in co-partecipazione con gli Stati Uniti. Tutto il resto – inclusa l’amicizia con la Russia – è subordinato a quel solo, vero obiettivo.