Home GiornaleL'America non è più un'ancora. L'Europa deve imparare a nuotare da sola

L’America non è più un’ancora. L’Europa deve imparare a nuotare da sola

Guerre senza fine, alleanze in frantumi, un'America che non garantisce più stabilità: il continente ha la sua bussola nell'agenda Draghi, ma le manca ancora la velocità

Le due guerre che dominano l’agenda internazionale — in Iran e in Ucraina — procedono senza che nessuno sembri più in grado di fermarle. Gli allarmi sull’intelligenza artificiale si moltiplicano, i prezzi dell’energia continuano a salire e la crisi climatica produce eventi che un tempo si sarebbero definiti eccezionali e che oggi sono la norma. In questo scenario, le Nazioni Unite riunite a New York sembra facciano fatica a riconoscere la propria epoca.

Per chi osserva la scena da Bruxelles, da Roma o da Berlino, la novità più significativa non è la somma di queste crisi, ma il fatto che il tradizionale ancoraggio a cui l’Europa si è appoggiata per ottant’anni — la leadership americana — abbia smesso di funzionare come garanzia di stabilità. 

Non si tratta più, per l’Europa, di allinearsi o dissentire dalle scelte di Washington: si tratta di costruire, con urgenza, una capacità autonoma di agire. Le parole del primo ministro canadese Mark Carney, che il mese scorso ha parlato di un’America “cambiata” e di un gruppo di “potenze di media taglia” chiamate a organizzarsi per l’era post-americana, hanno trovato eco in molte capitali europee, dove da tempo si discute — con più prudenza pubblica ma identica sostanza — di autonomia strategica.

Il prezzo pagato dall’Europa

Le guerre commerciali e le pressioni sulla sovranità degli alleati portate avanti dall’amministrazione Trump hanno logorato un sistema di alleanze che l’Europa considerava, a torto o a ragione, una struttura permanente. I dazi, le minacce, l’uso disinvolto della forza come leva negoziale — penso alle dichiarazioni recenti sull’Iran — non sono percepiti a Bruxelles come episodi isolati, ma come il sintomo di una potenza che tratta gli alleati come si tratterebbero fornitori da tenere sotto pressione.

L’impatto si vede nei numeri concreti che pesano sui cittadini europei: il rincaro dei carburanti e dell’energia legato al protrarsi del conflitto in Medio Oriente colpisce economie già segnate da anni di inflazione e disuguaglianza crescente. E si vede nella politica interna: il sostegno, più o meno esplicito, che l’amministrazione americana ha offerto a forze populiste di destra in diversi paesi europei viene letto da molti osservatori come un’ingerenza che aggrava, anziché lenire, le tensioni con gli alleati storici.

La lezione delle terre rare

C’è un episodio, meno raccontato ma politicamente istruttivo, che gli strateghi europei osservano con attenzione: la guerra commerciale tra Washington e Pechino si è arenata quando la Cina ha bloccato l’export delle terre rare necessarie alla tecnologia americana, comprese le infrastrutture su cui si regge la corsa statunitense all’intelligenza artificiale. È la dimostrazione plastica che la potenza economica americana, per quanto ancora enorme, ha vulnerabilità strutturali — e che dipendere da un’unica sponda, che sia Washington o Pechino, è un rischio che l’Europa non può più permettersi di ignorare, tanto sulle materie prime critiche quanto sulla difesa.

Un’Europa costretta a crescere in fretta

Il paradosso di questa fase storica è che l’ordine multilaterale nato dopo la Seconda guerra mondiale — di cui l’Europa è stata insieme prodotto e beneficiaria — si sta sfaldando proprio mentre le sfide che quell’ordine avrebbe dovuto gestire, dalle guerre al clima alle tecnologie dirompenti, si fanno più gravi, non meno. Le Nazioni Unite riunite questa settimana ne offrono la fotografia più impietosa: un’architettura pensata per un altro secolo, che fatica ormai a trovare tanto l’autorità morale quanto la capacità operativa per incidere sugli eventi.

Per l’Unione Europea, la domanda che si pone da Roma non è più se il mondo unipolare a guida americana finirà, ma quanto in fretta il continente saprà attrezzarsi per quello che verrà dopo — e quanto velocemente riuscirà a fare propria l’agenda tracciata da Mario Draghi per la competitività e l’autonomia strategica europea. Il rapporto esiste, la diagnosi è condivisa: resta da vedere se ai governi europei basterà la volontà politica per tradurla in azione con la rapidità che il momento richiede.