Un Parlamento nominato prima ancora del voto
È inutile proseguire la stanca e ripetitiva riflessione sulle cosiddette liste bloccate e, di conseguenza, sull’assenza dei collegi uninominali o delle preferenze. Ormai conosciamo quasi a memoria le dinamiche concrete di queste liturgie di facciata.
Tutti i partiti, ma proprio tutti, non vogliono assolutamente il ritorno delle preferenze dopo oltre 34 anni dalla loro assenza. Alcuni partiti, credo pochissimi, sarebbero al limite disponibili al ritorno dei collegi uninominali. Penso, nello specifico, al sistema elettorale varato nel 1993 e che viene comunemente chiamato come “mattarellum”.
Ma, al di là di queste dinamiche e di questi dibattiti, ormai noti a tutti – almeno a quelli che seguono le vicende politiche del nostro Paese – c’è un aspetto che merita ancora di essere ricordato e citato quando si parla di liste bloccate, e quindi di una scelta che trasforma il Parlamento in un grande CDA dove si viene designati dall’alto e non votati dal basso.
Al punto che, come ovvio e persino scontato, la campagna elettorale degli eletti certi e sicuri finisce il giorno in cui si presentano le liste e non il giorno in cui si fa lo spoglio elettorale. Insomma, la composizione concreta del Parlamento, almeno sui grandi numeri, la si conosce quando i rappresentanti dei partiti presentano le liste.
Il costo democratico delle candidature decise dalle segreterie
Ma c’è un aspetto che non possiamo non ricordare e che viene puntualmente e quasi scientificamente snobbato dai grandi organi di informazione quando parliamo di un sistema elettorale disciplinato dalle liste bloccate.
Certo, i cittadini non possono scegliersi i propri rappresentanti, e questo lo sappiamo molto bene. Certo, come altrettanto ovvio, le segreterie dei partiti hanno pieni poteri nel costruire la rappresentanza parlamentare a propria immagine e somiglianza.
E poi, e ancora, si dà quasi per scontato che l’impossibilità di poter scegliere i deputati e i senatori genera inesorabilmente l’astensionismo e un distacco crescente ed ulteriore tra i cittadini e le istituzioni.
Quando a perdere sono i territori
Ma l’aspetto di cui pochi parlano è che, con sistemi elettorali di questo genere, a pagarne le conseguenze sono anche e soprattutto i territori della grande e variegata periferia italiana.
Quella periferia fatta di piccoli paesi, di piccole comunità, di piccoli villaggi che non hanno un rapporto diretto con la politica ma che possono contribuire, con il loro voto, a scegliersi i propri rappresentanti.
Quella periferia che era il bacino politico ed elettorale quasi decisivo per un partito come la Democrazia Cristiana – o di altri partiti popolari e di massa – ma che con la nomina romanocentrica dei futuri eletti viene sostanzialmente espropriata ed estromessa da qualunque potere. Anche solo il potere di scelta.
La periferia dimenticata dalle riforme elettorali
La periferia, dunque. Questa era, e resta, la grande assente nella competizione politica ed elettorale del nostro Paese.
Perchè quando, come tutti sappiamo molto bene, prevale la fedeltà al capo come unico ed esclusivo criterio per la scelta dei futuri nominati nelle aule parlamentari, è del tutto ovvio che proprio coloro che nel passato rappresentavano politicamente quei territori, anche e soprattutto per il consenso ricevuto, oggi si sentono del tutto liberi a non rappresentare alcunchè se non i desideri e le bizze del loro unico azionista, cioè il capo partito.
Per questo motivo, dietro ad ogni riforma – o non riforma – elettorale si nascondono sempre molte trappole e molte incognite. E, tra le molte, il cosiddetto “stabilicum” punisce in modo diretto anche chi vorrebbe una rappresentanza politica, e quindi parlamentare, dei territori della grande, ricca e sterminata periferia italiana.
