Il presentismo e il dominio della tecnica
Dai potenti della Terra, ai luoghi di lavoro, al condominio, alla vita domestica: ogni giorno è una sarabanda di sorprese, smentite, polemiche, beghe senza fine, prevale l’immagine di una umanità accanita nell’accapigliarsi senza un barlume di idee, senza certezze, senza progetti.
Se questa è la globalizzazione vuol dire che siamo proprio messi male. Vittime del tempo, della fretta, della smania di protagonismo, del dire anche quando sarebbe bene tacere: non bastano le guerre, il riscaldamento globale, gli inganni della porta accanto, il rancore sottotraccia istigato dai social, gli episodi di violenza di ogni tipo, le nefandezze impensate, il catechismo laico del dio denaro che tutto travalica e sale sul podio di ciò che ci ispira per prevalere a tutti i costi, che ci insegna la dottrina della soccombenza altrui.
Ricordo le parole di Umberto Galimberti: “Se il denaro diventa la condizione universale per soddisfare qualsiasi bisogno e per produrre qualunque bene, allora il denaro non è più un mezzo ma diventa il primo scopo rispetto al quale si vedrà in che misura soddisfare bisogni e produrre beni. Se questo discorso lo applichiamo alla tecnica – come condizione universale per realizzare qualsiasi scopo – allora gli scopi vengono subordinati al raggiungimento del massimo potenziale tecnico e allora la tecnica – e non l’uomo- diventa il massimo soggetto della storia. Ma la cosa ancora più inquietante è che non disponiamo più di un pensiero alternativo al pensiero della tecnica.
Questo ha dei risvolti e dei cascami ancora più miserabili perché la gente – non avendo un’alternativa al ’pensiero che calcola’ – per percepire il mondo si affida ai luoghi comuni, diffusi in primis dai media e dalla televisione, facendosi suggestionare da idee ipnotiche e linee guida non-pensate della propria vita”. Sembra proprio che la tecnica domini la vita dell’uomo e riduca i suoi orizzonti ad un presentismo asfissiante.
C’è l’intelligenza artificiale e ci sono le sue potenzialità, ci sono dotazioni e strumentalità tecnologiche straordinarie ma il non poterne più fare a meno (bisogna – è obbligatorio – parlarne tutti i giorni) ci porta alla bramosia degli artefatti, alla ricerca di algoritmi e formule che riducono la riflessione e il raziocinio: storia, memoria, tradizioni ricevute subiscono l’oblio dell’hic et nunc, dell’ora e adesso, che induce persino a commettere gesti inconsulti e di follia perché oltre ad aver perso il discrimine tra il bene e il male, non siamo minimamente preoccupati dalle conseguenze dei nostri comportamenti.
Si parla allora di vita effimera perché legata ad una precarietà esistenziale svuotata di valori: quel “non me ne importa più di niente” la dice lunga su un’umanità protesa allo sbaraglio.
L’invito di Feltri: tornare ai libri
Raccolgo dunque l’invito del Direttore Vittorio Feltri e del suo libro “Chi non legge è perduto”- Mondadori, 2025) per inserire il tema della lettura e dei classici nell’agenda delle nostre scelte.
Ricordando le parole di Marguerite Yourcenar: ““Fondare biblioteche è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che, da molti indizi, mio malgrado, vedo venire. Ho ricostruito molto, e ricostruire significa collaborare con il tempo, nel suo aspetto di “passato”, coglierne lo spirito o modificarlo, protenderlo quasi verso un più lungo avvenire; significa scoprire sotto le pietre il segreto delle sorgenti”. (“Memorie di Adriano” – Einaudi, 2022).
Non è solo un problema generazionale (anche gli adulti dimenticano i libri come fonte di apprendimenti) ma lo sta diventando, specie se libri e letture saranno a poco a poco espunti dalla stessa scuola, per far posto alla sintesi di formule, sigle ed acronimi che molto lasciano sottinteso senza nulla spiegare.
I classici come antidoto alla perdita della memoria
Stiamo perdendo l’uso della parola: non come incapacità di parlare ma come abuso e distorsione dei significati che gettano un fascio di luce sulle domande della vita. Eppure Tolstoj e Dostoevskij avevano a lungo dibattuto sulla ricerca della “parola nuova”, Gustave Flaubert impiegava giorni a trovare “le mot juste”: abbiamo dimenticato queste pagine sul senso dell’esistenza.
Ma nei grandi autori e nei capolavori letterari del 900 troviamo temi fondamentali per capire il presente: identità, coscienza, colpa, espiazione, attesa, destino, perdono.
Il presente non basta se lo si svincola dalla cultura ricevuta: si finisce solo per brancolare nel limbo dell’inspiegabile, nell’oblio di una Storia senza continuità. E’ l’errore che stanno commettendo i ‘padroni del mondo’ che propugnano di edificare nuovi imperi. Ma è anche l’errore di ciascuno di noi se si getta alle ortiche il passato e l’eredità culturale dei grandi maestri del pensiero. Ha ragione Feltri: chi non legge è perduto.

