Nell’articolo pubblicato ieri su Repubblica, Timothy Garton Ash affida al nome di un politico del ‘700 il senso più profondo della crisi che attraversa oggi la democrazia americana: Patrick Henry. Vale la pena spiegare ai lettori chi fosse e perché il suo ammonimento, vecchio di due secoli e mezzo, torni oggi a bussare alla porta della Casa Bianca.
Avvocato e politico della Virginia, Henry passò alla storia per il grido «Give me liberty, or give me death!» («Datemi la libertà o datemi la morte»), pronunciato secondo il suo biografo nel 1775 alla vigilia della rivoluzione contro la Corona inglese. Ma fu negli anni successivi, durante il dibattito sulla ratifica della Costituzione federale, che Henry rese il suo contributo più durevole al pensiero politico americano. Funlui a guidare lo schieramento antifederalista – anche se più tardi sostenne George Washington, primo presidente degli Stati Uniti – che si oppose con veemenza al testo uscito dalla Convenzione di Filadelfia del 1787. Diceva di temere che un governo centrale troppo forte finisse per fagocitare le libertà appena conquistate nella lotta anticoloniale.
Alla convenzione di ratifica della Virginia, nel 1788, Henry pronunciò discorsi memorabili contro la nuova architettura istituzionale, in particolare contro la figura istituzionale del Presidente. Denunciò infatti il rischio che un capo dell’esecutivo, dotato di poteri troppo ampi e di un comando militare permanente, potesse trasformarsi in un monarca elettivo. Per Henry, la Costituzione apriva la strada a un dispotismo mascherato da repubblica: meglio, sosteneva, mantenere la sovranità negli Stati piuttosto che concentrarla in un potere federale dai contorni indefiniti.
Gli antifederalisti persero contro James Madison (e quindi contro gli autori dei successivi Federalist Papers) la battaglia sulla ratifica, ma lasciarono un segno indelebile nella cultura politica e costituzionale. E fu proprio per placare i loro timori che nel 1791 vennero approvati i primi dieci emendamenti (Bill of Rights). Il fantasma evocato da Henry, però, non si è mai del tutto dissolto: parliamo del fantasma del “presidente-re”, in sostanza del potere esecutivo che si emancipa dal Congresso e dai tribunali per governare in forza di decreti.
Allora, è questo il filo che Garton Ash tende fino a oggi, fino cioè ai 225 ordini esecutivi firmati da Trump nel solo 2025, a fronte di appena 49 leggi (alcune di scarso rilievo) approvate da un Congresso ridotto a spettatore. Lo stesso filo lega il Project 2025 della Heritage Foundation alla dottrina dell’«esecutivo unitario», teoria giuridico costituzionale che, portata alle estreme conseguenze, restituisce attualità proprio ai timori di Patrick Henry.
Le elezioni di midterm del 3 novembre diventano così, nella lettura di Garton Ash, molto più di un ordinario referendum sull’amministrazione in carica: sono piuttosto la verifica se l’architettura costituzionale immaginata a Filadelfia — con i suoi pesi e contrappesi — possa ancora arginare l’ambizione cesaristica che gli antifederalisti, due secoli e mezzo fa, avevano già visto arrivare.
