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La democrazia come responsabilità del cittadino

Dal Codice di Camaldoli alla crisi della partecipazione democratica, la riflessione di Sergio Paronetto conserva una sorprendente attualità: la democrazia vive solo se i cittadini tornano protagonisti della vita pubblica.

Camaldoli, laboratorio dellItalia democratica

Nel pieno della tragedia della Seconda guerra mondiale, per iniziativa di mons. Giovanni Battista Montini, il monastero di Camaldoli fu scelto come luogo di riflessione sul futuro dell’Italia. Anche su suggerimento di padre Mariano Cordovani O.P., teologo della Casa Pontificia, un gruppo di intellettuali cattolici si riunì per immaginare l’assetto della società da ricostruire dopo la fine del conflitto.

Le date di quei lavori risultano straordinariamente simboliche: dal 18 luglio 1943, vigilia del primo bombardamento di Roma, al 24 luglio, quando il Gran Consiglio del fascismo decretò la caduta di Mussolini. In quei giorni maturò una riflessione destinata a incidere profondamente sulla nascita della Repubblica.

Al centro del confronto vi era la persona umana, chiamata a essere il fondamento dell’ordinamento democratico. Non una democrazia puramente formale o costruita sul consenso passivo, ma una democrazia della partecipazione, capace di rendere ogni cittadino protagonista consapevole della vita pubblica.

 

Linsegnamento di Sergio Paronetto

Tra i principali artefici di quel lavoro vi fu Sergio Paronetto, autore del documento inizialmente intitolato Per una comunità cristiana, poi divenuto celebre come Codice di Camaldoli. Nel settembre del 1943 egli pubblicò su Studium un saggio significativamente intitolato Morale professionale del cittadino.

Quel testo, pur inserendosi nella tradizione della dottrina sociale della Chiesa, assunse il valore di un autentico manifesto culturale e civile nel momento del crollo del regime fascista. Oggi, davanti alla crisi della rappresentanza e all’evidente logoramento della cosiddetta Seconda Repubblica, esso offre ancora indicazioni preziose per ricostruire una cultura politica fondata sulla responsabilità personale e sul servizio alle istituzioni.

Paronetto denunciava quello che definiva un vero e proprio “peccato collettivo”: la disciplina trasformata in conformismo, l’ordine ridotto a inerzia, la gerarchia degenerata in servile obbedienza, la fortezza scambiata per violenza, la fede privata dell’intelligenza critica, la fermezza mutata in intolleranza, la pazienza in quietismo, la ragionevolezza in opportunismo, l’ardore in odio. Tutto ciò nasceva, secondo lui, dalla rinuncia dei cittadini a esercitare pienamente la propria responsabilità.

Restano attualissime le sue parole: “Quante volte abbiamo peccato di omissione, di debolezza, di stolta paura? Quante volte abbiamo ripetuto l’arido gesto di Pilato? Quante volte abbiamo rinunciato al dovere di giudicare, rifiutando gli attributi umani del raziocinio per paura della verità, o perché la verità poteva risultare scomoda o contraria ai nostri interessi?”.

 

Rieducare alla cittadinanza

Molti dei problemi denunciati allora non appartengono soltanto al passato. Se il totalitarismo è stato sconfitto, resta il rischio di una democrazia impoverita, nella quale la persona non occupa più il centro della vita pubblica e il benessere materiale tende a sostituire il senso del dovere civico. Il servilismo può diventare un rifugio della coscienza, mentre la ricerca della verità appare spesso un ostacolo rispetto agli interessi immediati.

Per questo è necessario recuperare una vera educazione alla cittadinanza. La cittadinanza è una “professione”, come scriveva Paronetto: richiede formazione politica, maturazione civile e assunzione di responsabilità da parte di ciascuno.

Negli ultimi decenni questa esigenza è diventata ancora più urgente. La cultura dell’edonismo, il primato dell’apparenza, il progressivo indebolimento del rispetto delle regole e delle istituzioni hanno contribuito a erodere il senso civico e la qualità della partecipazione democratica.

 

La speranza passa dalle nuove generazioni

Accanto a questi elementi di crisi non mancano, tuttavia, segnali incoraggianti. Molti giovani, lontani dalla logica dell’apparenza, scelgono di impegnarsi per la difesa della dignità umana, della pace, dell’accoglienza e dei diritti fondamentali. Sono disponibili ad attraversare confini e difficoltà per soccorrere chi soffre, difendono il diritto al dissenso e cercano nuove forme di partecipazione civile.

È un patrimonio che merita di essere valorizzato. Ma non basta affidarsi alla generosità individuale.

Occorre un progetto politico e culturale capace di ricomporre la frattura tra democrazia rappresentativa e partecipazione popolare, tra funzione dei partiti e formazione civica dei cittadini. Se la politica continuerà a nutrirsi soltanto di slogan, paure e contrapposizioni emotive, la democrazia finirà inevitabilmente per indebolirsi.

La generazione di Paronetto non esitò a sacrificare la propria vita per restituire libertà e democrazia all’Italia. Da quella stagione nacque anche la Costituzione repubblicana, profondamente ispirata ai principi maturati a Camaldoli. Custodire quella eredità significa ricordare che la democrazia non vive di automatismi: essa sopravvive soltanto quando ogni cittadino sceglie di partecipare responsabilmente alla costruzione del bene comune.

 

Prof. Giulio Alfano
Presidente dellIstituto Emmanuel Mounier – Italia