Il vuoto che ritorna
Nel 1981, anno in cui Giovanni Spadolini divenne il primo esponente laico a guidare un governo della Repubblica, il democristiano Adolfo Sarti scriveva: “Dal divano di Montecitorio l’osservatore contempla i movimenti del Palazzo. E aspetta… i tempi della crisi e la conseguente stagione di vuoto, che qualcuno, prima o poi, dovrà colmare”. Un’immagine perfetta: qualcuno che guarda il Palazzo vacillare, sapendo che il vuoto, in Italia, non resta mai vuoto a lungo.
Era l’analisi di una democrazia in piena transizione. Alle spalle restavano la ferita della vicenda Moro e il fallimento della “solidarietà nazionale”; davanti, il “Preambolo” del 1980, con cui la DC aveva sancito l’esclusione del PCI da ogni ipotesi di maggioranza. Un sistema che scivolava così verso la fine di un’epoca, soprattutto dopo la morte di Enrico Berlinguer nel 1984.
Erano, del resto, gli anni del riflusso: dopo le tensioni ideologiche e la conflittualità degli anni Settanta, nel paese emergeva un maggiore disinteresse per il pubblico e la politica. Ma quella disaffezione crescente verso il sistema dei partiti, per tutto il decennio trovò ancora uno sbocco “istituzionale”: fu Bettino Craxi – insieme ad Andreotti, Forlani e De Mita, tra i registi della stagione del “Pentapartito” – a incanalarla dentro le stanze del Palazzo, non contro di esse, pur tra tanti limiti.
Fu un argine provvisorio: negli anni Novanta il vuoto tornò ad aprirsi e da allora sono arrivate, una dopo l’altra, forze apertamente antipolitiche.
Dal qualunquismo ai nuovi populismi
È una legge non scritta della politica italiana. Quando il sistema si incrina, qualcuno arriva a occupare lo spazio libero. Passano i decenni, cambiano gli attori, ma il copione tende a ripetersi.
Il primo a scriverlo fu Guglielmo Giannini con il suo Fronte dell’Uomo Qualunque: uno sfogo contro la politica, contro le caste e le ideologie, in nome di un ceto medio disorientato dalla guerra appena finita. Durò poco, il qualunquismo: fu la DC di De Gasperi ad assorbirne gran parte della spinta e a farla rientrare nell’alveo del sistema. Ma quel movimento inventò una postura destinata a tornare sempre: l’antipolitica che si fa politica.
Riapparve tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta, quando Tangentopoli spazzò via la “Prima Repubblica” e la Lega di Bossi occupò le macerie con un linguaggio nuovo – il federalismo, “Roma ladrona” – ma la stessa grammatica di sempre: un centro corrotto contro una periferia onesta. A differenza del qualunquismo, però, la Lega mise radici e sopravvisse, riconvertendosi più volte fino al sovranismo di Salvini.
Poi arrivò il 2008, la grande crisi, e con essa il Movimento 5 Stelle: nessuna base territoriale, nessuna lunga gestazione, solo il “Vaffa Day” di Grillo e un linguaggio nuovo, quello della Rete. Nel giro di pochi anni diventò il primo partito italiano, cavalcando insieme la sfiducia nella politica e quella, più cupa, nelle istituzioni economiche ed europee.
Fratelli d’Italia racconta invece un vuoto diverso: non quello del sistema, ma quello interno al centrodestra. Restando fuori dai governi Conte II e Draghi, Meloni raccolse nel 2022 i consensi di chi si sentiva tradito dagli alleati di governo, e diventò la prima premier donna della storia repubblicana.
Il ciclo che non si interrompe
Oggi il nome è Vannacci: eletto con la Lega alle europee del 2024, vicesegretario del Carroccio nel 2025 – e infine, a febbraio 2026, in rottura con Salvini per fondare Futuro Nazionale e in modalità sorpasso. Ottant’anni dopo Giannini, la stessa parabola torna a bussare.
Al netto del fatto che, nella competizione per il consenso, quasi tutti i partiti dell’attuale panorama politico presentano tratti populisti, c’è un elemento che spiega perché questo ciclo non si esaurisca mai davvero: ogni volta che una forza politica modera i propri toni per le esigenze dell’azione di governo, una parte del suo elettorato più radicale non accetta quella mediazione e si rivolge a chi propone una versione più intransigente dello stesso messaggio. È esattamente ciò che sta accadendo oggi: Vannacci raccoglie consensi puntando su temi come l’immigrazione, l’identità e l’insofferenza verso l’Europa, a differenza di altre forze della stessa area politica che, confrontandosi con l’esercizio del potere, hanno dovuto moderare le proprie posizioni.
Restano, certo, differenze profonde tra questi episodi perché il qualunquismo, agli albori della Repubblica, fu una fiammata, oggi il discorso è molto più complesso. Ma il meccanismo di fondo, quello sì, resta lo stesso: in Italia i vuoti si aprono, e qualcuno, prima o poi, arriva sempre a colmarli, mentre l’osservatore – con la flebile speranza che un giorno possa ritornare la Politica – resta seduto sul divano ad aspettare il prossimo.
