Home GiornaleSenza Europa siamo fuori dal mondo. Ma quale Europa, di grazia?

Senza Europa siamo fuori dal mondo. Ma quale Europa, di grazia?

Fortezza coi deboli, salotto buono coi forti: piccolo manuale di cinismo europeo.

Ecco, appunto: siamo tutti d’accordo, in coro, con la mano sul cuore e lo sguardo commosso rivolto a Bruxelles — senza l’Europa siamo fuori dal mondo. Bellissimo slogan. Da stampare su una tazza, magari accanto a un cuoricino con le dodici stelline. Peccato che nessuno si prenda mai la briga di chiedersi quale Europa stiamo evocando con tanta commozione, come se il nome bastasse a garantirne il contenuto, un po’ come chiamare “ristorante gourmet” una tavola calda solo perché ha le tovagliette di carta color crema invece che a quadretti.

Perché di Europe, a ben guardare, ce ne sono almeno due, e non si assomigliano affatto. C’è l’Europa-contabile, quella che tira le somme a fine trimestre e si commuove solo davanti a uno spread che scende di due punti base. E c’è, da qualche parte, forse ibernata in un cassetto di Palazzo Berlaymont insieme ai vecchi trattati mai applicati, un’altra Europa: quella che un tempo si permetteva il lusso di avere delle idee. Indovinate quale delle due prende più aerei privati per i vertici.

 

L’Europa del PIL: la fortezza con la calcolatrice

Prendiamo l’Europa che conosciamo meglio, quella vera, quella che vediamo in azione ogni santo giorno: l’Europa-PIL. Un’entità meravigliosa il cui unico vero dogma teologico è la crescita economica, e il cui secondo comandamento, appena sotto, recita più o meno così: “proteggerai i tuoi confini da qualunque cosa possa disturbare il primo comandamento”. Semplice, elegante, quasi commovente nella sua coerenza.

Guardatela all’opera: di fronte a una crisi migratoria, la risposta non è mai “chi siamo noi, che valori vogliamo incarnare”, ma piuttosto “quanto ci costa, e come lo teniamo fuori dal grafico”. Si negoziano accordi con governi discutibili pur di delegare all’esterno il fastidio, si finanziano muri (chiamati sempre con nomi più eleganti — “infrastrutture di frontiera”, “sistemi di gestione integrata”, mai muri, Dio non voglia che la parola suoni antica quanto la cosa che descrive), e si applaude soddisfatti quando i numeri degli arrivi scendono, come se fossero le vendite di un trimestre andato male e poi corretto.

È l’Europa del “non possiamo permettercelo” applicato con zelo commovente a sanità, istruzione, ricerca, cultura — e con altrettanto zelo dimenticato quando si tratta di sussidi a settori strategici o salvataggi bancari. Perché, si sa, il pragmatismo europeo ha una geometria molto variabile: rigidissimo con i deboli, flessibilissimo con i forti. Un liberismo severo per i cittadini, un assistenzialismo generoso per le imprese di sistema. Applausi.

E badate bene, non sto dicendo che l’economia non conti. Sarebbe stupido negarlo, e persino irresponsabile. Il punto è un altro: quando il PIL diventa l’unico orizzonte semantico attraverso cui si legge la realtà, tutto il resto — diritti, cultura, solidarietà, visione del mondo — si trasforma in un costo accessorio, una voce di bilancio da tagliare alla prima congiuntura sfavorevole. Provate a chiedere a un ministero delle finanze cosa vale, in termini di PIL, la dignità umana. Vi risponderanno con un sorriso paziente, come si fa con i bambini che fanno domande ingenue.

 

L’altra Europa, quella che (a quanto pare) fa paura

Poi c’è l’Europa che potrebbe rilanciare temi forti. Quella che, invece di limitarsi a difendersi, propone. Quella che ha in tasca — se solo la tirasse fuori — una storia lunghissima di idee che hanno cambiato il mondo: i diritti dell’uomo, lo stato di diritto, il welfare, persino l’idea stessa che la pace tra nazioni si costruisce con le istituzioni e non solo con gli eserciti. Roba da niente, insomma.

Questa Europa, quando compare, lo fa con un tempismo studiatamente pessimo: un discorso commosso al Parlamento, una risoluzione non vincolante, una dichiarazione di intenti firmata da ventisette persone che poi, tornate a casa, faranno esattamente il contrario perché il loro elettorato locale la pensa diversamente. È l’Europa dei grandi propositi e delle attuazioni evanescenti, capace di firmare manifesti solenni sulla transizione ecologica e poi litigare per mesi sulla curvatura regolamentare di un cetriolo, con lo stesso trasporto emotivo.

Eppure — ed è qui che casca l’asino, o meglio, casca l’Europa — proprio quando prova a rilanciare qualcosa di forte, qualcosa che vada oltre lo spread e il deficit, apriti cielo. Diventa improvvisamente “burocrazia ideologica”, “tecnocrazia moralista”, “Bruxelles che vuole dirci come vivere”. Come se difendere lo stato di diritto o proporre una politica migratoria fondata sui diritti fosse un capriccio da salotto intellettuale, mentre proteggere i confini a colpi di accordi con regimi poco raccomandabili fosse, quello sì, pragmatismo puro, sano realismo, roba da adulti.

Notevole, no? Il coraggio politico europeo si misura a fasi alterne: fortissimo quando si tratta di imporre parametri di bilancio agli stati membri più fragili, timidissimo quando si tratta di imporre principi comuni sui diritti fondamentali. Strano paradosso di un continente capace di grande fermezza sui numeri e di altrettanta vaghezza sui princìpi costitutivi che dice di rappresentare nel mondo.

 

Il grande equivoco della “difesa dei confini”

E qui arriviamo al cuore pulsante, o forse dovremmo dire al cuore contabile, della questione. L’Europa-PIL ama definirsi “protettiva”. Protegge i mercati, protegge le filiere, protegge — soprattutto — i confini. Ma protegge da cosa, esattamente? Dai pericoli, certo, sempre dai pericoli. Peccato che il concetto di “pericolo” venga applicato con una selettività quasi artistica: pericolosissimi i migranti in fuga da guerre e carestie, assai meno pericolose le crisi climatiche che quelle stesse guerre e carestie contribuiscono a generare; pericolosissima la concorrenza cinese su acciaio e pannelli solari, assai meno pericolosa la dipendenza energetica da fornitori tutt’altro che democratici, purché il prezzo del gas resti ragionevole. Pronta a irrigidirsi su un decimale di deficit di uno stato membro, ma stranamente rispettosa e concentrata a fare buon viso quando a bussare sono i grandi della terra: con Trump che detta le condizioni commerciali come si fa con un socio di minoranza, e Putin che resta, nonostante tutto, l’interlocutore con cui prima o poi si finisce sempre per trattare. Con i piccoli, mano ferma. Con i giganti, tanta comprensione.

Insomma, un’Europa che si comporta come un condominio benestante che installa telecamere sofisticate al cancello ma lascia le finestre spalancate sul retro, perché tanto da lì passano solo gli interessi di chi conta davvero. Una fortezza dalle mura solidissime verso i deboli e porosissime verso i forti. Geniale strategia difensiva, complimenti all’architetto.

 

E allora, quale Europa vogliamo?

Delle due l’una, viene da dire, con tutta la sarcastica semplicità del caso. O ci teniamo l’Europa-ragioniere, quella che calcola tutto tranne il proprio significato, che sa a menadito il rapporto debito/PIL di ogni stato membro ma balbetta quando le si chiede per cosa, esattamente, dovrebbe stare in piedi oltre che per far quadrare i conti. Oppure proviamo, con tutto il coraggio che manca, a immaginare un’Europa che rilanci davvero — non a parole, non nei preamboli dei trattati mai applicati, ma nei fatti — i temi che l’hanno resa, un tempo, qualcosa di più di un mercato comune con la bandiera blu: i diritti, la solidarietà, una politica estera che non sia il pallido riflesso di quella americana, una transizione ecologica non negoziata al ribasso ogni volta che un lobbista bussa alla porta giusta.

Certo, resta il sospetto — legittimo, per carità — che questa seconda Europa sia più facile da scrivere in un editoriale sarcastico che da costruire davvero, tra ventisette governi, altrettanti interessi nazionali e un’opinione pubblica sempre più stanca di promesse. Anche i più convinti sostenitori di un’Europa “dei valori” ammettono, se sono onesti, che la coesione economica resta la condizione materiale senza cui nessun ideale sopravvive a lungo: niente PIL, niente risorse per finanziare diritti, welfare, transizione. E chi difende con più convinzione l’Europa-fortezza risponderebbe, non del tutto a torto, che senza confini presidiati e stabilità economica qualunque discorso sui grandi valori resta un esercizio retorico per convegni.

Ma proprio per questo la domanda resta scomoda, e va posta senza sconti: continuiamo a raccontarci che “senza Europa siamo fuori dal mondo”, magari va bene, ma sarebbe onesto, almeno una volta, specificare di quale Europa stiamo parlando prima di intonare in coro l’ennesimo inno alla sua imprescindibilità. Perché tra proteggersi e proporre, tra calcolare e credere in qualcosa, la differenza — checché se ne dica nei comunicati stampa — resta enorme. E il mondo, quello vero, fuori dai grafici, sta a guardare quale delle due Europe deciderà, finalmente, di presentarsi.