Si può comprendere un certo senso di scampato pericolo dopo le elezioni suppletive di Reggio Calabria. Infatti la “sfida” di Vannacci al centrodestra è andata così così. E ora tutti (non solo i “governativi”) possono tirare un piccolo sospiro di sollievo. A patto, però, che quel sospiro sia davvero piccolo e non illuda nessuno di essere venuti a capo di un problema che rischiamo invece di trascinarci ancora a lungo.
Il tema, infatti, parafrasando Gaber, non è il “Vannacci in sé”. Piuttosto il Vannacci che è in noi. E cioè l’attitudine di gran parte del circo politico di affrontarsi a colpi di demagogia, coltivando l’estremismo delle parole e delle promesse e senza mai concedere il più piccolo spazio alla reciproca comprensione.
È quello il terreno su cui un bullo come il “generale” trova linfa per le sue scorribande. Portando alle conseguenze più estreme (e più inaccettabili) il gioco delle opposte faziosità.
Il fatto è che c’è nel Paese una corrente di sfiducia che corrode le nostre istituzioni e i nostri costumi. E a furia di vedere all’opera una classe dirigente che si dà sempre sulla voce e non trova mai un attimo di calma per riflettere e soppesare le cose con un minimo di reciproca ponderatezza, va a finire che ogni forma di estremismo viene sdoganata e di fatto legittimata.
È tempo, insomma, di tracciare (e rispettare) qualche regola in più nella nostra vita pubblica. Tanto più in un momento in cui l’intelligenza artificiale fa sembrare intelligente ogni artificio. Cosa che non è, ovviamente.
Fonte: La Vice del Popolo – Giovedì 1 ottobre 2026
[Testo qui riproposto per gentile concessione dell’autore e del direttore del settimanale della diocesi di Brescia]

