Più si avvicina il traguardo e più il Melonellum presenta il conto delle sue contraddizioni. Le critiche che hanno accompagnato la riforma non sono state assorbite e, semmai, acquistano maggiore consistenza proprio mentre la maggioranza cerca di condurre in porto il nuovo sistema elettorale.
Rimane anzitutto il problema costituzionale. Un meccanismo costruito per indicare attraverso il voto una maggioranza e, di fatto, il suo capo, rischia di produrre una sovrapposizione con le prerogative del Presidente della Repubblica, cui l’articolo 92 della Costituzione attribuisce la nomina del Presidente del Consiglio. Il Melonellum finisce così per anticipare surrettiziamente alcuni effetti politici del premierato, prima ancora che la revisione costituzionale sia compiuta.
C’è poi il premio di maggioranza: portare una coalizione dal 42 al 55 per cento dei seggi significa alterare in misura assai consistente la rappresentanza parlamentare. È il punto sul quale continuerà inevitabilmente a concentrarsi la discussione circa la ragionevolezza e la proporzionalità del premio.
Neppure la reintroduzione delle preferenze modifica sostanzialmente il quadro. Può correggere il potere delle segreterie nella scelta degli eletti e restituire qualche spazio agli elettori, ma incide solo marginalmente sull’architettura complessiva della legge.
Ora, però, è comparsa la contraddizione politicamente più insidiosa: Vannacci. La riforma immaginata per mettere in sicurezza il centrodestra potrebbe rendere più redditizia proprio la corsa autonoma di Futuro Nazionale. Una forza collocata alla destra della coalizione può sottrarre voti decisivi al raggiungimento della soglia prevista per il premio e, nello stesso tempo, conquistare una rappresentanza proporzionale significativa.
Ecco perché acquistano un significato particolare le parole di Lucio Malan. Il capogruppo di Fratelli d’Italia al Senato, respingendo l’accusa di voler costruire una legge contro Vannacci, ha osservato che, se la maggioranza volesse pensare soltanto alla propria convenienza, «faremmo prima a tenerci il Rosatellum».
Una battuta casuale? Forse. Ma fotografa perfettamente il paradosso. Con i collegi uninominali del Rosatellum, una formazione autonoma di destra potrebbe sottrarre voti alla coalizione senza trasformarli con altrettanta facilità in seggi. Il vecchio sistema che Meloni voleva archiviare potrebbe dunque rivelarsi più efficace contro Vannacci della nuova legge costruita dalla sua maggioranza.
Soffia per questo un venticello di ripensamento. Ma ormai potrebbe essere troppo tardi per cambiare rotta. Meloni ha investito troppo politicamente sulla riforma per fermarsi a pochi metri dal traguardo. Resta così prigioniera di un grande pasticcio: il Melonellum, concepito per consolidare il potere della destra, rischia alla fine di affossarne le furbizie.

