Home GiornaleNetanyahu e Trump, un circolo vizioso

Netanyahu e Trump, un circolo vizioso

L’intreccio tra strategia americana e politica israeliana alimenta una dinamica conflittuale che coinvolge Teheran, destabilizza il Medio Oriente e incide sugli equilibri energetici globali.

Un legame perverso e sottovalutato

Molti, così a me pare, colgono un legame a suo modo perverso fra il presidente Usa Donald Trump e il premier israeliano Benjamin Netanyahu, senza tuttavia comprenderne appieno le valenze e la portata.

Si tratta del connubio tra una forma di “postura” politica nello stesso tempo “contratta” (le spinte protezionistiche) e neocoloniale – la linea incarnata dal Capo della Casa Bianca – e una combinazione di paura e aspirazioni grandiose, di cui è espressione l’attuale governo di Tel Aviv. Un “matrimonio” dal quale fluisce un fiume di sangue. Un incontro distruttivo, caratterizzato dalle macerie, in un’estesa porzione del Medio Oriente, con il Libano vittima designata sulla quale si riversano le frustrazioni e le peggiori pulsioni dei vari attori regionali e globali.

Il ruolo di Teheran e l’eredità ideologica

Da molto tempo, poi, tutti sanno che il regime di Teheran è paragonabile a quello, pluridecennale, sovietico, non alle diverse dittature personali sparse qua e là per il globo, tanto che, già negli anni Ottanta, per analogia con i “sovietologi”, si parlava degli “iranologi”. Non solo; per alcuni versi, la spinta della “rivoluzione verde” islamica ha raccolto ed ereditato le spinte antioccidentali, diffuse nel Terzo Mondo, in precedenza intercettate da Mosca. Del resto, il gigante cinese è considerato vicino al regime degli ayatollah.

Inoltre, nella odierna “costellazione post-secolare”, le tendenze islamiste vanno incontro a un tragico urto con i fondamentalismi e gli integralismi di matrice cristiana ed ebraica. E qui ritroviamo una certa “destra religiosa” nord-americana a sostegno di Trump e una certa “destra religiosa” israeliana pro-Netanyahu.

Un triangolo destabilizzante

Detto altrimenti, potremmo intravedere un connubio perverso e autodistruttivo fra i tre principali protagonisti dell’attuale conflitto medio-orientale, decisivo per le sorti dello stretto di Hormuz e, dunque, dei flussi petroliferi e, in generale, energetici planetari: i vertici degli States, quelli israeliani, la teocrazia persiana. Le stesse prove di dialogo tra Washington e Teheran, per le quali non ci si può auspicare null’altro che un esito positivo e duraturo, somigliano finora a docce scozzesi, confermando al loro modo proprio quest’aspetto di gioco tragico e perverso dell’intera vicenda.