Oggi ricorrono i vent’anni dalla morte di Oriana Fallaci, giornalista e scrittrice fiorentina scomparsa il 15 settembre 2006, esattamente due decenni fa. Era una donna che si era fatta strada in un ambiente, quello del giornalismo, ai suoi tempi rigidamente maschile, e lo aveva fatto senza chiedere permesso a nessuno.
È stata una delle voci più coraggiose e controverse del giornalismo italiano. Non accettava compromessi. La sua scrittura era missione etica prima ancora che mestiere, battaglia per la libertà prima ancora che cronaca.
La guerra, i potenti, il rischio
Corrispondente di guerra, conosceva il conflitto fin troppo da vicino. Aveva rischiato la vita accanto ai soldati di cui voleva raccontare la storia e, a Città del Messico, nel 1968, fu colpita da colpi d’arma da fuoco durante la strage di Tlatelolco. Raccontò con partecipazione i conflitti del Medio Oriente, del Vietnam, dell’America Latina. Intervistò i potenti del mondo in modo diretto, senza alcuna reverenza e titubanza.
Non era pacifista, ma nemmeno guerrafondaia. È rimasta inclassificabile, e questo era insieme la sua forza e la sua vulnerabilità. Quando si definì “rivoluzionaria” — parola pronunciata pubblicamente in una delle sue ultime apparizioni — non stava usando un termine a caso. La sua era la posizione di chi non accetta alcuna autorità costituita, nessuna ortodossia, nessun sistema di potere che pretenda di stabilire quali idee siano legittime e quali no.
Fallaci aveva scelto consapevolmente di superare il limite, convinta che il limite escludesse dal dibattito domande legittime. Non riteneva di dovere proteggere la sensibilità delle minoranze, quanto piuttosto di dovere scuotere l’inerzia intellettuale della maggioranza.
Il dissenso e la democrazia
A vent’anni di distanza, la sua diagnosi sul rapporto tra dissenso e democrazia appare più attuale che nel 2004. La cultura del politicamente corretto, dopo la sua morte, si è ulteriormente espansa, complici i social network, che hanno moltiplicato un dissenso spesso solo apparente. Rumoroso in superficie, ma sterile nella sostanza.
Resta di Fallaci una voce ancora oggi riconoscibile, capace di trasformare l’intervista in un confronto quasi fisico, un corpo a corpo intellettuale in cui l’intervistato, per quanto potente, finiva spesso per diventare un comprimario della scena.
Il caso più celebre resta l’incontro con l’ayatollah Khomeini, nel settembre del 1979 a Qom. Secondo la legge islamica in vigore nell’Iran rivoluzionario, per presentarsi davanti al leader Fallaci dovette indossare il chador. Durante il colloquio, gli chiese conto di quell’obbligo imposto alle donne; Khomeini rispose che il velo era riservato “alle donne giovani e perbene”. A quel punto Fallaci si tolse il chador davanti a lui, con un gesto scattante e teatrale. Lo definì poi, nel suo resoconto, “uno stupido cencio da medioevo”. Khomeini lasciò la stanza.
Quel corpo a corpo con la Storia
La scena, oggi, è probabilmente l’immagine più nota associata al suo nome. Rimane l’immagine di una donna con la sigaretta accesa, sprezzante, capace di un’intensità straordinaria anche di fronte ai protagonisti della Storia.
Fallaci ha scritto di tutto nel corso di una lunga carriera: cronaca nera, moda, cinema, guerra, politica internazionale. Fu tra le prime donne italiane a raggiungere il fronte come inviata speciale. Divenne, per molti osservatori, la giornalista italiana più influente e più discussa del suo tempo. Una fama costruita non sulla prudenza, ma sull’esatto contrario.
Controcorrente fino all’ultimo, la sua filosofia era piuttosto semplice: diceva quello che pensava ed era convinta che quello che pensava fosse spesso ciò che la gente pensa, ma quasi mai ha il coraggio di dire.
Le si attribuisce anche una riflessione sul senso politico della scrittura. Per lei scrivere non era un gesto neutro, ma un atto che porta con sé una responsabilità, prima, durante e dopo. Ed è rimasta nota per l’invito, rivolto ai suoi lettori, a non lasciarsi “intruppare” da dogmi, uniformi e dottrine, a non comportarsi da gregge, a ragionare con la propria testa.
Il coraggio della domanda scomoda
Negli ultimi mesi della malattia, quando ormai le forze la abbandonavano, continuò a volere lavorare fino alla fine. Amava ripetere, parafrasando una frase spesso attribuita ad Anna Magnani, che è profondamente ingiusto dover morire dopo essere vissuti così intensamente.
A vent’anni dalla sua scomparsa, il punto non è tanto essere d’accordo con ogni sua battaglia — molte delle quali, specie negli ultimi anni, furono aspramente contestate anche in Italia — quanto riconoscere che pochi hanno incarnato con altrettanta radicalità l’idea che informare, per un giornalista, significhi prima di tutto non avere paura di fare la domanda scomoda.

