C’è stato un tempo in cui, chi più chi meno, si concorreva al dileggio della materia Storia nelle scuole, accusandola di prestarsi alla sua caricatura di date e battaglie: insomma, una materia solo mnemonica, roba da idioti.
Premesso che le date esistono in sé — un compleanno, una guerra mondiale, ecc. — e che ogni data ha un prima e un dopo senza i quali la vita non è narrabile, ricordarsi le cose non è una prigione, ma libertà. Si può riflettere se c’è qualcosa che resta. Ma oggi, fuori dai social, non si sa neanche se si esiste.
Il trionfo del presentismo
Come benissimo sottolinea Francesco Germinario nel suo libro Un mondo senza storia? (Asterios, 2017), purtroppo «la Storia, dal terrorismo agli sbarchi di immigrati, è una fastidiosa interruzione del godimento del mondo. La vita è pensata come un percorso depoliticizzato e destoricizzato; è il trionfo neoliberale del presentismo: non è necessario interrogarsi sul Passato, perché il Passato non esiste».
Una figlia di amici, curriculum liceo e università, ha imparato pochi mesi fa che cosa è accaduto il 6 giugno 1944 vedendo un film di guerra, Salvate il soldato Ryan (1998). Naturalmente non sa comunque tutto il resto, se non sa cosa siano Marzabotto, l’8 settembre, la Guerra fredda, la Corea, Che Guevara (chi è?), Kennedy, Berlino, ecc.
La storia della Repubblica non rientra nell’anno scolastico
Circa il Paese: sa a malapena perché c’è la Repubblica e perché ci sono i partiti, ignora De Gasperi e Togliatti, l’Europa di Schuman, Adenauer, il terrorismo…
Quanto alla Repubblica italiana, la Storia semplicemente non viene fatta. Un tempo qualcosuccia era relegata alla materia chiamata Educazione civica, che si studiava come Musica o Religione: tanto non si arrivava ad aprire neppure il libro. Miglior sorte toccava ad Applicazioni tecniche, con il classico cartello stradale in legno pitturato.
Ragionare sulle istituzioni presenti? Come domandare cosa c’è oggi per merenda.
Indipendentemente dai programmi ufficiali, la maggior parte degli insegnanti finisce l’anno alla caduta di Mussolini, il 25 luglio, naturalmente senza sapere perché. La Costituente e poi tutta la storia della Repubblica non esistono. Guerra fredda? Muro di Berlino? Sono più conosciuti Custer e Little Bighorn.
Del come siano andati al potere fascismo e nazismo non lo sa spiegare nessuno. Solženicyn e i gulag in Siberia? Come parlare degli extraterrestri.
Generazioni intere ineducate, che sono nate con le autostrade, i frigoriferi, le macchine, le vacanze a Praga, lo shopping, i soldi, Internet, e pensano che il mondo sia stato creato così, sia sempre stato così e così sempre sarà.
Auschwitz in ogni tempo
Per questo, d’improvviso, ci si alza una mattina e si scopre che non è vero, che si può rifare Auschwitz, che i Bokassa, i Videla, gli Astiz, i Pol Pot, i Mladić e i loro volenterosi imitatori carnefici l’hanno già fatto. Anzi: in Medio Oriente lo sterminio è proprio adesso in atto, democraticamente, operato sistematicamente da persone che dovrebbero dimostrare una sacra memoria della Shoah.
Ho vissuto i Vopos della DDR, che sparavano a chi tentava di attraversare il Muro, e l’89 sembrò la vittoria totale. Ma dopo, che fare? Si può sostituire la Storia con l’onnipresenza del mercato?
Le date: che cosa successe, cosa fu visto, sperato, giurato nel novembre 1989? Ricordare consente di accorgersi che, nel tempo degli uomini, le cose non sono tutte uguali, che cominciano e finiscono.
Scioccarsi abbrevia lo studio?
Da qualche tempo è in voga puntare a scuotere i ragazzi con le gite di classe in visita agli orrori di Auschwitz: l’horror tira. L’illusione è che esperienze scioccanti possano convincere più di un confronto sui libri.
Ma chi, perché e come ha portato la Germania a fare Auschwitz? Un improvvisato manipolo di cattivoni o il discorso è un po’ più complesso e sottile? Il male va al potere regolarmente, la zizzania insieme al grano.
Chi lo sa spiegare ai ragazzi?
Lontani dalla Storia ci si abitua al male
Aveva ragione Primo Levi: nonostante non ci piaccia ammetterlo, Auschwitz si può rifare eccome. Come annotò tristemente tempo fa Magris, non è vero che la giustizia paga, e un potere comprensivo attira più scontenti di un satrapo dispotico.
Eppure resta il tassativo compito di insegnare ai giovani che c’è sempre un momento in cui bisogna dire: pereat mundus et fiat iustitia.
Per questo non solo i carnefici storici, ma nessuno è assolto se pensa che la Storia sia lui, il suo piccolo mondo di egoismi, rinchiuso nei social dove si impara solo a fare a meno degli altri e delle relazioni.
Il rischio delle “giornate della memoria” è proprio quello: assistervi come al cinema. Dopo, tutto ritorna normale.
Arricchirsi vuol dire disporre di nuove energie per vivere, e vivere è sempre consapevolezza del sé. La cultura personale è questo. Auschwitz, la Giornata della Memoria, le date sapute — non a caso — “a memoria” sono me, la mia Storia e i contesti in cui vivo.
Fuori da questo non c’è libertà, ma alienazione. Nonostante le gite ad Auschwitz.

