Partiti, le dimissioni dei leader non esistono più.

Aveva ragione Carlo Donat-Cattin: “Se vuoi capire come pensa un partito di riformare le istituzioni, è appena sufficiente verificare come quel partito pratica la democrazia al suo interno”.

C’è un elemento, tra i molti che si potrebbero citare, che separa radicalmente la politica contemporanea rispetto a quella che viene ricordata come “la democrazia dei partiti”. E questo elemento lo si può sintetizzare con una sola parola: dimissioni. Ovvero, nei grandi partiti popolari e di massa del passato, ma anche nei partiti di minor dimensione elettorale, quando si perdevano le elezioni, e non ancora ripetutamente, il segretario nazionale si dimetteva. In attesa di cosa decidevano poi e in un secondo momento gli organismi democratici e collegiali del partito stesso.

Certo, c’è una differenza di fondo tra il contesto contemporaneo e quella stagione. Oggi ci sono i partiti personali e quindi anche le sconfitte elettorali, e quindi politiche, vengono prontamente ed immediatamente archiviate per la semplice ragione che se si dimette il capo il partito si scioglie nell’arco di poche ore. Per cui assistiamo ad una strana e singolare situazione. Per fermarsi, ad esempio, al campo di Azione e Italia Viva qualunque risultato elettorale non mette affatto in discussione la guida dei rispettivi partiti personali perché tutto inizia e finisce con la loro leadership. Come, per fare un altro esempio, quello che capita concretamente nel partito populista per eccellenza, cioè i 5 Stelle. E cioè, le ripetute e continue sconfitte politico ed elettorali di questi ultimi tempi non hanno affatto scalfito la leadership dell’attuale capo partito. Ma lo stesso tema riguarda la Lega e sino a poco tempo fa la stessa Forza Italia. Ma, al di là dei singoli casi, è abbastanza evidente che nella nuova stagione politica le sconfitte, come le vittorie, non rappresentano un momento per riflettere sulla guida dei rispettivi partiti ma solo e soltanto una tappa per ricominciare come se nulla fosse.

Per questi semplici motivi, che poi non sono affatto secondari ai fini di una corretta e trasparente vita democratica, la questione della democrazia all’interno dei partiti non può più essere considerata una variabile indipendente ai fini della stessa conservazione della democrazia nel nostro paese. Perché è perfettamente inutile continuare a blaterare di ‘svolta illiberale’, di ‘torsione

autoritaria’ e di ‘deriva fascista’ e poi continuare a gestire i propri partiti come affari privati o, al massimo, come cartelli elettorali funzionali agli interessi di una piccola e circoscritta consorteria.

Perché, al di là della propaganda spicciola ed interessata, il vecchio monito di Carlo Donat-Cattin continua ad essere di una straordinaria attualità. E cioè, “se vuoi capire come pensa un partito di riformare le istituzioni, è appena sufficiente verificare come quel partito pratica la democrazia al suo interno”.

E i partiti personali che si scagliano violentemente contro l’elezione diretta del Premier sono semplicemente ridicoli e patetici. Proprio perché Donat-Cattin aveva già ragione nella prima repubblica e, a maggior ragione, quelle parole continuano ad essere un monito severo anche e soprattutto per questa bislacca e sempre più contraddittoria seconda repubblica.