Chi ha lavorato quarant’anni, versando contributi fino all’ultimo mese, aveva stretto con lo Stato un patto semplice: a fine carriera avrebbe ricevuto un assegno capace di garantirgli una vecchiaia dignitosa e, soprattutto, prevedibile. Per milioni di italiani quel patto è stato rimesso in discussione anno dopo anno, senza clamore, quasi sempre nelle pieghe di una legge di bilancio. L’inchiesta di Milena Gabanelli e Simona Ravizza, pubblicata il 5 ottobre su Dataroom del Corriere della Sera, lo documenta con una precisione che non lascia alibi.
Trentasettemila euro spariti in silenzio
Il caso preso ad esempio è quello di un pensionato che oggi percepisce 2.826 euro lordi al mese, 1.917 netti. Nessun privilegio: siamo dentro quel ceto medio che il Centro Studi Itinerari Previdenziali colloca tra i 2.400 e i 5.300 euro lordi. Fra il 2012 e il 2025 ha perso 37.498 euro senza subire alcun prelievo esplicito. Quei soldi sono evaporati attraverso la perequazione automatica, il meccanismo che dovrebbe difendere le pensioni dall’inflazione. Nella sua stessa condizione si trovano circa 3,3 milioni di persone.
Il congegno è insidioso. Un adeguamento mancato non si recupera più: l’anno dopo il calcolo riparte da una base già ridotta e la perdita si accumula. Conta poi il metodo. Con gli scaglioni, come per l’Irpef, ogni fascia dell’importo conserva la propria percentuale di recupero. Con le classi basta superare la soglia di pochi euro perché la percentuale più bassa si applichi all’intero assegno. Per chi sta nel mezzo, la differenza è enorme.
Quindici cambi di regole in trent’anni
Ripercorrere le tappe mostra che non si tratta dell’errore di un solo governo, ma di un’abitudine trasversale. Nel 2012-2013 il governo Monti bloccò la rivalutazione degli assegni oltre tre volte il minimo Inps. La Consulta dichiarò il blocco illegittimo, ma ai pensionati fu restituito appena un decimo del dovuto. Dal 2014 arrivò il sistema a classi, con il recupero dimezzato sopra cinque volte il minimo. Il governo Conte II alzò di poco la soglia senza cambiare il metodo. Nel 2022 tornarono gli scaglioni, quando il conto aveva già sfiorato i 23 mila euro. Poi, nel 2023-2024, con l’inflazione ai massimi da decenni, il governo Meloni ripristinò le classi: lo Stato risparmiò 10 miliardi, il nostro pensionato perse altri 14.519 euro. Un dato riassume tutto: nel 2011 quella pensione valeva 5,34 volte il minimo, oggi 4,72. Senza che nessuno lo dicesse apertamente, il ceto medio pensionato è scivolato verso il basso.
Il punto più grave, però, è l’instabilità: in trent’anni le regole sono cambiate quindici volte. Secondo l’Ocse l’Italia è tra i pochissimi Paesi in cui la rivalutazione resta «quasi discrezionale», decisa anno per anno in base alle esigenze di cassa. Così nessuno può programmare la propria vecchiaia.
Quei tagli avevano una ragione: contenere una spesa previdenziale tra le più alte d’Europa, proteggendo per intero le pensioni più basse. Ma il rigore ha senso solo se è prevedibile e condiviso. Se diventa un bancomat da usare a ogni manovra, non è più responsabilità: è una scorciatoia.
Una storia che ci appartiene
Chi viene dalla tradizione del cattolicesimo democratico e del riformismo non può ridurre tutto questo a una questione tecnica. La tutela della vecchiaia fa parte del nostro patrimonio. Già nel 1919 il programma del Partito popolare di don Luigi Sturzo indicava le assicurazioni per la vecchiaia e l’invalidità tra i pilastri di una moderna legislazione sociale. Meno di trent’anni dopo, l’articolo 38 della Costituzione, frutto dell’incontro tra culture diverse alla Costituente, avrebbe sancito il diritto dei lavoratori a «mezzi adeguati alle loro esigenze di vita» anche in caso di vecchiaia.
Nel 1969 un governo di centrosinistra, con il ministro Giacomo Brodolini, introdusse la pensione sociale per chi era privo di contributi e collegò gli assegni alle retribuzioni. Nel 1978 Tina Anselmi, prima donna ministro della Repubblica, firmò la legge istitutiva del Servizio sanitario nazionale, garantendo a generazioni di anziani cure universali. Nel 1995 la riforma Dini, costruita con le parti sociali, gettò le basi della sostenibilità del sistema. Nel 2007 il secondo governo Prodi istituì la quattordicesima per i pensionati a basso reddito.
Scelte diverse, talvolta sofferte, accomunate da un metodo: si discuteva, si negoziava, si guardava lontano. Il riformismo autentico non ha mai significato inseguire il consenso immediato né scaricare sui più deboli il prezzo dei conti in ordine. Ha significato tenere insieme equità e sostenibilità, forse l’esercizio più difficile della politica.
Il 2036 è più vicino di quanto pensiamo
Il futuro non autorizza ottimismo. Dal 2036 scompariranno le ultime pensioni calcolate anche solo in parte con il metodo retributivo. Resterà il contributivo, che dà assegni più leggeri, soprattutto a chi ha avuto carriere discontinue o lavori poveri. Se a importi già bassi si aggiungerà una tutela dall’inflazione lasciata alla discrezione del governo di turno, non si parlerà più di ceto medio impoverito, ma di povertà conclamata.
E il reddito non è tutto. Un Paese che invecchia in fretta, con famiglie più piccole e figli spesso lontani, dovrà fare i conti con la solitudine, con la non autosufficienza e con un’assistenza che pesa quasi sempre sulle donne di casa. La serenità di un anziano non dipende solo dalla pensione, ma anche dalla certezza di avere cure, servizi e qualcuno vicino.
Certezza, equità, prossimità
Un progetto politico di centro, democratico e riformista, deve restituire agli anziani un posto stabile nell’agenda del Paese: non come bacino elettorale da blandire con promesse irrealizzabili, ma come cittadini a cui ridare fiducia. Alcune scelte sono possibili da subito.
La prima è la stabilità: una regola di rivalutazione a scaglioni, fissata per legge e valida almeno per un decennio, sottratta alle trattative di ogni legge di bilancio. La seconda guarda a chi verrà: chi lascerà il lavoro con il solo contributivo ha bisogno di una garanzia minima che valorizzi i periodi di disoccupazione, di cura familiare e di lavoro precario. La terza è la non autosufficienza: la riforma avviata con la legge 33 del 2023 va finanziata davvero, altrimenti resta un elenco di buone intenzioni. La quarta è la sanità territoriale, con l’assistenza domiciliare e le case di comunità: è lì che si decide se un anziano invecchierà a casa propria o in solitudine.
Non si tratta di difendere rendite, ma di onorare una parola data. Uno Stato che cambia le regole a chi non può più difendersi perde qualcosa di più dei miliardi risparmiati: perde credibilità agli occhi dei figli, chiamati a sottoscrivere a loro volta quel patto. Ricostruire la fiducia spetta a chi crede ancora che la politica sia l’arte di guardare oltre la prossima scadenza elettorale. Spetta a un centro che non si rassegna a fare lo spettatore.

