Prima Roccella e poi Viola vittime del clima di intolleranza al Salone del libro.

La constatazione al Ministro Roccella e, soprattutto, le reazioni della sinistra sono destinate a segnare l’evoluzione della politica italiana. Quando il valore del dissenso democratico viene confuso con la pratica dell’intolleranza.

Nella politica contemporanea ne vediamo di tutti i colori, come si suol dire. Intendendo che l’inaffidabilità e il trasformismo sono le categorie più gettonate nella cittadella politica italiana e che non hanno sostanzialmente avversari. Ma la vicenda concreta legata al “non intervento” del Ministro Roccella al Salone del Libro di Torino non l’avevamo ancora mai vista. E che supera, purtroppo, di gran lunga la pur sgradevole contestazione di un no vax all’immunologa Antonella Viola che si è verificata ieri sempre al Salone nel Linbro durante la presentazione di un suo libro.

Ricapitolando. Dunque, un Ministro, con altri autorevoli interlocutori, sta per presentare un suo libro “Una famiglia radicale” al Salone di Torino. Un folto gruppo di contestatori a nome e per conto di sigle difficili persin da pronunciare e di ispirazione “femminista”, impedisce sistematicamente al Ministro di parlare. Urla, insulti, invettive e ogni sorta di attacchi personali ai relatori. Fa da sfondo, come da copione, l’accusa generica di essere fascisti. Di fronte a questo spettacolo, che non finisce, il Ministro invita i contestatori sul palco a spiegare le loro ragioni. Dopo la lettura di un documento, peraltro un po’ sgrammaticato, di una portavoce di quei gruppi, la stessa Roccella invita gli stessi ad un dialogo sul merito. Niente da fare, il confronto non lo accettano perchè l’ obiettivo dichiarato e perseguito è solo quello di non far parlare il Ministro. Interviene anche il Direttore del Salone Lagioia che non si capisce bene se è felice di questa contestazione o se cerca, al contrario, di far intervenire il Ministro.

Conclusione di questa vicenda. Roccella non parla, vengono individuate e denunciate alcune persone per “violenza privata” dalla Digos e poi parte, come sempre, la polemica politica. E qui arriva il divertimento. Inizia la solita Schlein che, noiosamente e stancamente, attacca a testa bassa la destra fascista di governo che non tollera più il dissenso democratico e che vuole creare un clima sempre più intimidatorio nei confronti delle minoranze. Fanno da grancassa gli ormai noti organi di informazione di sinistra – a cominciare da Stampa e Repubblica e la solita emittente televisiva – che si scatenano contro il Governo e la deriva autoritaria di questo esecutivo per spiegare e giustificare ciò che è accaduto al Salone. Al contempo, alcuni esponenti di Fratelli d’Italia contestano il povero Lagioia che, ripeto, non si capisce se è felice ed appagato di questa inedita e gravissima contestazione o se lavorava seriamente e realmente per risolverla.

Insomma, credo sia la prima volta in Italia che ad un Ministro viene negato il diritto di parlare in un luogo culturale e di confronto tra idee – e sin qui non è affatto una novità – ma che la responsabilità politica di questa intolleranza antidemocratica e di stampo neo fascista viene scaricata sul Ministro stesso. Una sorta di eterogenesi dei fini che, d’ora in poi, grazie alle strane e singolari teorie della Schlein e della sua corte mediatica, permetterà a chiunque di bloccare e di impedire a qualche esponente politico “nemico” di intervenire e poi, curiosamente, di montare una polemica violenta e aggressiva contro chi non ha potuto parlare.

Morale della favola. La contestazione è sempre legittima in un paese democratico. In qualsiasi momento e in qualsiasi occasione. Ma, con altrettanta chiarezza, impedire scientificamente di parlare all’avversario/nemico resta un atto di marca fascista. O comunista, a seconda dei punti di vista. La democrazia, al contrario, abita altrove. Nel rispetto, sempre e rigoroso, delle opinioni altrui e del pensiero dei propri avversari. Punto. Il resto sono chiacchiere da bar e pura propaganda.