La tragedia avvenuta a Catanzaro il 22 aprile 2026, nella quale una madre si è gettata nel vuoto con i figli, lasciando dietro di sé un paesaggio umano devastato, impone anzitutto silenzio, misura e pudore. La Procura ha riferito di un disagio psichico già emerso in passato. Ma, al di là della cronaca e di ogni pur legittima lettura sociologica, ciò che affiora con maggiore forza è un dato più radicale: esistono forme di dolore profondo e disperato che, a un certo punto, non trovano più una cornice sociale capace di contenerle, nominarle, accompagnarle. È questo, forse, il punto più drammatico: non solo il male che attraversa una persona, ma l’assenza di una forma condivisa che lo renda dicibile, riconoscibile, sostenibile.
Lo stigma che rende muta la fragilità
La prima considerazione riguarda il piano culturale. E qui il tema è decisivo, quasi in senso kuhniano: non esiste cambiamento strutturale senza un mutamento del paradigma culturale che orienta lo sguardo collettivo. Anche sul terreno della salute mentale continuiamo a vivere entro una grammatica sociale che tollera con fatica la fragilità. Nelle nostre comunità non è davvero ammesso mostrarsi stanchi, disorientati, opachi, confusi, incerti. La vulnerabilità viene accettata soltanto quando è già stata ricomposta, quando non disturba più, quando non espone troppo. Il malessere vivo, irregolare, non elegante, continua invece a suscitare imbarazzo e distanza.
È qui che prende forma lo stigma: non solo nel pregiudizio più grossolano, ma anche in quella vergogna sottile che trattiene, ritarda, isola. Per questo occorre aprire un lavoro culturale serio, diffuso e ostinato, che investa il lessico pubblico, l’immaginario sociale e i dispositivi simbolici attraverso cui continuiamo a separare chi vive una fatica interiore dal resto della comunità. Persino le parole andrebbero interrogate. Continuare a parlare di “servizi di salute mentale” è corretto sul piano tecnico, ma forse non basta su quello simbolico. Quella formula, nella percezione comune, continua probabilmente a portarsi dietro un’eco di paura, di marchio, di vergogna. Non si tratta di edulcorare, ma di rendere più umana la soglia della cura. Case di prossimità, luoghi di sosta, presìdi di ascolto: la formula può cambiare, ma il principio resta. La cura deve smettere di apparire, già nel nome, come il recinto in cui si entra soltanto quando si è stati dichiarati “altri”.
Curare prima, curare accanto
La seconda considerazione riguarda i modelli di presa in carico. Qui la questione è stringente: bisogna spostare il baricentro dall’attesa all’intercettazione precoce, dalla gestione della crisi avanzata alla lettura tempestiva dei segnali deboli. In questa direzione, la traiettoria indicata anche dall’OMS e dai documenti del Ministero della Salute è chiara: servono servizi più accessibili, comunitari, integrati e meno stigmatizzanti.
In questa prospettiva, i medici di medicina generale potrebbero diventare molto più di un semplice punto di smistamento. Attorno a loro — o, meglio, insieme a loro — andrebbero costruite équipe leggere, competenti e immediatamente attivabili, capaci di intercettare il malessere prima che si trasformi in voragine. Figure in grado di ascoltare, orientare, sostenere, fare filtro, accompagnare la famiglia e, laddove possibile, intervenire direttamente a domicilio. È qui che si gioca una delle riforme più necessarie: non attendere che il dolore diventi emergenza conclamata per riconoscerlo come meritevole di ascolto e di attenzione.
E poi, appunto, il domicilio. Non come soluzione totalizzante, ma come scelta seria ogni volta che le condizioni cliniche lo consentano. Portare una parte della cura nei luoghi ordinari della vita significa sottrarre la persona a quella sensazione di esposizione che spesso accompagna l’accesso ai servizi: la lunga attesa, la freddezza degli ambienti, il peso dello sguardo altrui, l’impressione di essere già stati classificati. Curare accanto, quando è possibile, significa lavorare con i legami più cari, non contro di essi; significa costruire un accompagnamento che non spezzi inutilmente la continuità dell’esistenza.
Una responsabilità pubblica non rinviabile
Di fronte a una tragedia come questa, il compito più serio non è moltiplicare commenti a caldo, ma assumere una responsabilità pubblica duplice: disarmare culturalmente la vergogna che ancora circonda il disagio psichico e ripensare i percorsi di accompagnamento, investendo su prossimità, intervento precoce, alleanza con la medicina generale e forme di cura capaci di raggiungere la persona nei luoghi della vita.
Una società matura non è quella che interviene soltanto quando il male esplode; è quella che costruisce prima le condizioni perché il dolore possa essere riconosciuto, accolto e sostenuto.
