Home GiornaleOltre la guerra, contro la tecnocrazia: la sfida del nuovo ordine globale

Oltre la guerra, contro la tecnocrazia: la sfida del nuovo ordine globale

La guerra contro l’Iran e il riemergere di visioni tecnocratiche mettono in crisi l’equilibrio internazionale: non serve giustificare il conflitto, ma riaprire la via a un ordine multilaterale credibile.

Una guerra fuori quadro e i suoi effetti sistemici

La guerra iniziata da Israele e Stati Uniti contro l’Iran, al di fuori della legalità internazionale, complica pericolosamente il percorso verso la definizione di un nuovo modello di governance globale multilaterale e rimette in discussione il ruolo degli organismi internazionali. In primo luogo quello dell’Onu, quindi, in modo vistoso, quello dei Brics, alle prese per la prima volta nella loro storia non con scaramucce fra Paesi membri, bensì con una guerra vera su questioni di vitale importanza che coinvolge attori centrali come Iran, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. La presidenza di turno del Coordinamento, quest’anno affidata all’India, Paese più di ogni altro in grado di mediare, sta affrontando un compito particolarmente gravoso.

L’Occidente disorientato e la svolta americana

Anche Unione Europea e Nato sono state scosse e, in qualche modo, colte di sorpresa da questa nuova postura americana, passata repentinamente da un pragmatismo – pur discutibile – orientato alla ricerca di accordi, anche a scapito degli alleati europei, a un interventismo tardo-unilateralista che appare deleterio non solo per l’equilibrio globale, ma per gli stessi Stati Uniti e per il loro attuale governo.

Uscire dal conflitto, non legittimarlo

Si è creata una situazione globale da cui conviene cercare vie d’uscita ragionevoli, prima di esserne travolti, piuttosto che esercitarsi nel tentativo di giustificarla. È quanto invece sembrano fare alcuni ambienti che hanno influito nella giravolta di Trump rispetto al suo programma elettorale, già segnato da evidenti contraddizioni.

Il ritorno della tentazione tecnocratica

In questo contesto si inserisce il tentativo di rilanciare una visione tecno-utopista, nata negli Stati Uniti degli anni Trenta, oggi riproposta da ambienti legati a grandi piattaforme tecnologiche. Emblematica è l’iniziativa della Palantir di Peter Thiel, con la pubblicazione del libro-manifesto La Repubblica Tecnologica, che offre argomenti a favore di una restrizione della democrazia, di una legittimazione della guerra e di una religione subordinata al potere temporale.

L’impatto di questa ideologia, nell’era delle tecnologie avanzate, è potenzialmente più profondo rispetto al passato, ma non costituisce una novità: richiama infatti il progetto del Technate of America, elaborato durante la Grande Depressione da Howard Scott e, in Canada, da Joshua Haldeman.

Influenza politica e derive ideologiche

Il libro di Alex Karp e Nicholas Zamiska appare come uno strumento di pressione sulla politica americana da parte di ambienti legati all’estrema destra israeliana, tra cui lo stesso Thiel, sostenitore del vicepresidente Vance. Un quadro che suscita interrogativi, anche alla luce di precedenti meccanismi di influenza sulle scelte della Casa Bianca difficilmente spiegabili in termini razionali.

È fuorviante ritenere che un’élite tecnocratica possa assumere il controllo del mondo sfruttando le fragilità delle democrazie liberali. Anzitutto perché tale ipotesi si scontra con la realtà geopolitica: Russia, Cina e India hanno ormai raggiunto un’autonomia tecnologica significativa rispetto all’Occidente, in alcuni ambiti persino superiore.

Il movente non materiale dei conflitti

In secondo luogo, il fine ultimo che alimenta il caos delle guerre non è di natura materiale. Le tecnologie restano strumenti. Le motivazioni profonde affondano in dimensioni ideologiche, identitarie o persino metafisiche. Nel caso dell’estremismo etnocratico oggi al potere in Israele, il fine è la supremazia interpretata come adempimento di una promessa trascendente.

Nel caso dei poteri finanziari che esercitano un’influenza sproporzionata sull’Occidente, l’obiettivo è la conservazione del potere stesso, spesso alimentato dal finanziamento dei conflitti e dalla creazione di ricchezza sganciata dall’economia reale. Un potere che, come ogni forma idolatrica, richiede ciclicamente il prezzo della violenza.

La sfida: ricostruire il multilaterale

La sfida posta da una possibile nuova tecnocrazia, rafforzata dall’uso distorto delle tecnologie, può essere affrontata solo agendo su due piani: da un lato, rimuovendo gli ostacoli alla costruzione di un ordine globale multilaterale; dall’altro, contrastando le dinamiche che indeboliscono la democrazia, a partire dalla formazione di monopoli privati in settori decisivi come quello economico.

L’Europa, se saprà esprimere una volontà politica coerente, può ancora svolgere un ruolo significativo in questa direzione, contribuendo a ricomporre le fratture globali e a restituire centralità a un ordine internazionale fondato su regole condivise e su un equilibrio tra potere e responsabilità.