Home GiornaleRenzi, il funambolo che ha perso l’altra sponda

Renzi, il funambolo che ha perso l’altra sponda

Tra tattica, battute e cambi di posizione, il leader di Italia Viva continua a dominare la scena mediatica, ma fatica a restituire l’immagine di un progetto politico riconoscibile.

Il talento dellequilibrio

Ho smesso di guardare i talk show aspettandomi una tesi. Con Renzi in scaletta, guardo per il numero. È lo stesso spirito con cui si va al circo: non ti chiedi cosa dimostri l’acrobata, ti godi l’attimo in cui sembra stia per cadere e invece no, gira su se stesso e riprende l’equilibrio. L’applauso parte prima ancora che tu abbia capito cosa sia successo.

È bravissimo, va detto senza ironia: pochi in Italia sanno leggere un tavolo negoziale così in fretta, capire chi sta bluffando, spostare l’attenzione un attimo prima che diventi un problema. Il guaio è che, a furia di allenare solo quel muscolo — la mossa, non la meta —, a un certo punto il funambolo comincia a scambiare l’equilibrio per una destinazione.

Le porte sempre socchiuse

Guardate i mesi, non le settimane. In un mese apre a Conte: «servono tutti per vincere»; il mese dopo lo liquida come uno che ha avuto «il capolavoro» di dividere un centrosinistra che prima era unito. Un giorno il “campo largo” è la casa comune, l’indomani annuncia che correrà per conto suo nel proporzionale perché non vuole «i voti di Pd e M5S» — salvo poi essere lui il primo a ricordare quanto quei voti servano, aritmeticamente, per battere la destra.

Non è incoerenza caratteriale: è una strategia dichiarata. Tenere ogni porta socchiusa per poterla richiudere o riaprire a seconda di come cambia il vento politico. Il difetto di questo metodo è che, dopo un po’, smetti di essere un leader con un progetto e diventi una funzione: quello che, qualunque cosa accada, saprà infilarsi nella crepa giusta.

 La battuta come strategia

Anche l’invettiva, in Renzi, ha smesso di essere uno sfogo ed è diventata quasi un genere letterario: la premier «scendiletto di Trump», un avversario «più mostruoso del mostro di Loch Ness», un altro «analfabeta istituzionale», traghettato da «un Gianni Letta» a «camerata».

Sono frasi che bucano lo schermo, vengono rilanciate, occupano per ore lo spazio mediatico che potrebbe essere dedicato a una proposta su fisco, lavoro o sanità. È un investimento razionale: la battuta costa poco e rende molto; un piano di governo costa moltissimo e in televisione quasi nessuno lo legge. Il problema è che, alla lunga, il pubblico impara il genere e smette di aspettarsi altro. Non ti chiede più cosa proponi, ma soltanto quale sarà la prossima battuta.

 Il trauma del salto

C’è, forse, anche qualcosa di più personale in questo funambolismo permanente: la sensazione che restare in equilibrio sia diventato più rassicurante che arrivare davvero da qualche parte.

Chi ha guidato un governo a trentanove anni e poi lo ha visto sgretolarsi in pochi mesi, chi ha puntato tutto su un referendum costituzionale perdendolo, può aver imparato che il salto mortale è l’unico terreno sul quale il fallimento resta sempre provvisorio. Al massimo arrivano i fischi, ma si rimane sul filo, pronti al numero successivo. Un programma di governo, invece, o funziona oppure no. E Renzi quel grande “no” lo ha già conosciuto.

 La sopravvivenza non basta

Detto questo, sarebbe ingeneroso ignorare l’altra faccia della medaglia. Con un partito attestato intorno al 3-4%, muoversi continuamente da un tavolo all’altro non è soltanto un vezzo: è anche una forma di sopravvivenza politica. In un sistema frammentato come quello italiano, chi non dispone dei numeri per imporre un’agenda può soltanto cercare di condizionarla, spostandosi, disturbando gli equilibri, tenendo tutti sulle spine.

È un mestiere legittimo, e talvolta persino necessario. Ma resta un mestiere di rendita: si vive di ciò che si sottrae agli altri, non di ciò che si costruisce. E il pubblico, alla fine dello spettacolo, applaude comunque. Solo che, uscendo dal tendone, difficilmente saprebbe dire quale fosse davvero la meta del funambolo, dall’altra parte del filo.