Home GiornaleRepubblica incompiuta e crisi della politica: Battaglia stila un severo bilancio

Repubblica incompiuta e crisi della politica: Battaglia stila un severo bilancio

Nel pamphlet “Come cadesti o quando?” (All Around), l’ex dirigente repubblicano rilegge la parabola della Prima Repubblica: dalla svolta di Salerno alla crisi dei partiti, fino all’attuale fragilità democratica.

Stalin, Togliatti e la vera origine della svolta di Salerno

“Occorrerebbe smettere di attribuire a Togliatti la strategia della svolta di Salerno”. Questa è solo una delle illuminanti posizioni che Adolfo Battaglia riassume nel suo recentissimo libro sulla crisi della Repubblica. In realtà fu Stalin in persona, nel colloquio di indirizzo che si svolse a Mosca nel marzo del 1943, solo pochi giorni prima del rientro in Italia del dirigente comunista, a dettare la linea. Il PCI avrebbe dovuto collaborare alla formazione e alla tenuta dei nuovi equilibri politici italiani dopo il fascismo. La rivoluzione sovietica non era esportabile in altri Paesi. La morte repentina di Roosvelt nel 1945 determinò poi l’egemonia economica e politica e del potente apparato militare americano e l’invenzione della “guerra fredda” fino alla fine degli anni Ottanta.

 

De Gasperi, Moro e la lunga stagione del riformismo repubblicano

La Repubblica fu salda finché i nostri equilibri politici interni furono coerenti con il quadro europeo ed atlantico, nel rispetto delle regole parlamentari di maggioranza e di opposizione, alle quali il PCI sempre si attenne. Finché De Gasperi, Fanfani, Segni e Moro, alleati con le forze democratiche laiche e socialiste, seppero interpretare, con un riformismo coraggioso e anche radicale, le domande degli italiani, specie dei ceti popolari. Si fosse data attuazione alla Nota aggiuntiva di La Malfa e agli elementi di modernizzazione sociale che conteneva, forse gli italiani avrebbero avuto più risposte e opportunità all’altezza delle loro aspettative. Il documento del 1962, nel quadro del primo centro-sinistra puntava a correggere squilibri territoriali nord-sud, ad accrescere gli investimenti sociali per modernizzare il paese (scuola, sanità, trasporti), ad aumentare export ed internazionalizzazione della nostra economia in linea con il grandioso sforzo europeista e occidentale di De Gasperi.

 

Moro, Berlinguer e l’ultima occasione mancata della Repubblica

Il confronto e il dialogo fra Moro e Berlinguer, tesi a delineare una seconda stagione della Repubblica alla fine degli anni Settanta, furono l’ultimo momento alto della prima lunga parabola repubblicana. La morte inattesa di entrambi spazzò ogni residua speranza di autonoma evoluzione verso un più robusto equilibrio del sistema con l’affermazione di una democrazia compiuta. Il contesto internazionale non era pronto ad assicurare all’Italia questo margine di libertà. Quando poi cadde il muro di Berlino, e il sistema dei partiti italiani si trovò in campo aperto, questa generazione di giganti non c’era più. Vennero così a galla le fragilità e le ambiguità di partiti politici di maggioranza e di opposizione che non si erano minimamente preparati a questo nuovo scenario, perché impegnati in lotte di potere intestine.

 

Tangentopoli, magistratura e l’illegalità diffusa della società italiana

L’analisi di Battaglia, seppure presentata in efficaci sintesi, è ben più articolata e tocca altre concause del deperimento della forza repubblicana. L’autore, nato nel 1930, è stato un protagonista partecipe delle vicende degli anni Settanta e Ottanta quando – prima come giornalista politico alla direzione de La Voce Repubblicana, poi come parlamentare e uomo di governo – si trovò a vivere quei drammatici anni. Il pamphlet di Battaglia dal suggestivo titolo leopardiano “Come cadesti o quando?” (edizioni All Around, 2026, pp. 98) ricostruisce una scena complessa, con numerosi attori e fenomeni.

Certo un ruolo rilevante fu giocato dalla Magistratura che, a partire dal 1992, rompendo ogni indugio avviò una serie di indagini e di arresti fra gli esponenti politici, soprattutto dei partiti di governo. Le richieste di autorizzazione a procedere furono 385 alla Camera e 155 al Senato, solo nel primo anno della Legislatura. In molti casi a ragione, circa il finanziamento illecito dei partiti. O anche circa la corruzione personale di molti dirigenti politici e dei loro collaboratori: Ciriaco De Mita lamentava sconsolato al Corriere della Sera nel 1974 come “ai partiti giungeva sì e no il 20% di quanto era stato sollecitato e riscosso in nome e per loro conto”.

Ma l’infezione era ben più profonda, perché questa illegalità della politica si manifestava in un Paese dove ‘l’illegalità di massa” caratterizzava settori importanti della società italiana. Battaglia porta 3 esempi: l’evasione fiscale diffusa, specie nel lavoro autonomo, l’abusivismo edilizio – non solo con decine di migliaia di piccoli casi ma anche con un buon numero di importanti speculazioni politicamente ben protette -, l’agricoltura nel Mezzogiorno con lo sfruttamento di decine di migliaia di lavoratori italiani e stranieri, l’estensione del il lavoro nero e grigio nelle sue quasi infinite manifestazioni.

 

Dai capitani di ventura” al populismo permanente

Quindi un organismo sociale assai debole sul piano della coscienza civile repubblicana, in larghe fasce disponibile ad ingrossare le fila di capitani di ventura e capi popolo che nel tempo si sono presentati, pur di conservare il proprio particulare: Bossi in primis, e poi Berlusconi capace di abbattere i recinti eretti a protezione del rinascente neo-fascismo pur di raggiungere il suo scopo. E poi Grillo con le sue piazze populiste.

L’analisi di Battaglia è veloce e penetrante sul piano politico, ma anche ricca di documenti non adeguatamente considerati. Abbiamo detto di Stalin, ma l’autore cita anche un rapporto dei servizi segreti inglesi del gennaio del 1943 dove si riassumono i contatti di Badoglio con Londra, già nell’autunno del 1942, per concordare le iniziative da prendere dopo l’imminente caduta del regime. Diversamente non si comprenderebbe neanche la risolutezza del Re dopo i fatti del 25 luglio del 1943.

 

La democrazia partecipativa come possibile via d’uscita

L’autore non è incline più di tanto al pessimismo nella situazione attuale caratterizzata dalla assoluta necessità di battere l’attuale destra al governo. Un secondo quinquennio potrebbe essere esiziale Battaglia evidenzia fra i milioni di italiani “una maggiore voglia di sapere e di esprimersi … l’idea che nessuno si deve sentire veramente escluso dalla vita della sua nazione”. Dunque l’esigenza di una democrazia rappresentativa innervata da nuove forme di partecipazione e di responsabilità del cittadino. Viene alla mente tutto lo straordinario lavoro politico che fu avviato negli anni Settanta, con la democrazia di base nei quartieri, nella scuola, nelle strutture sanitarie. Sperimentazioni ed energie poi burocratizzate e soffocate dai partiti. Avanzano nuovi movimenti nella società, dice Battaglia. Ciò che resta dei partiti e della dirigenza politica, lungi dal reagire con chiusure e sdegno, “dovrebbero considerarli parte del sangue del loro sangue se vogliono avere successo”. Bisogna accogliere e razionalizzare le istanze migliori dei movimenti di fondo prima che gli stessi movimenti sconvolgano definitivamente un assetto democratico per il quale i nostri avi e genitori hanno dato il loro sangue, nel Risorgimento prima e nella Resistenza poi.

C’è molto da riflettere sulla scarsa lucidità di quanti, nei diversi accampamenti di una auspicabile alleanza alternativa, ancora si sdegnano per il non adeguato rispetto del lignaggio di ciascuno. Certo il poco sale che ancora c’è e l’esperienza andrebbero valorizzati al meglio. La battaglia è però imminente, e sarà il lucido disinteresse personale a costituire i nuovi gruppi dirigenti che nella battaglia si misureranno.