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SAFE: la vera posta in gioco per l’Italia e per l’Europa

I prestiti europei non aumentano la nostra spesa militare. Se ben usati, saranno un passo verso la difesa comune.

Le dichiarazioni rese ieri in Commissioni riunite al Senato dai ministri Tajani e Crosetto sul ricorso dell’Italia ai prestiti europei SAFE (Security Action for Europe), oltre ad alimentare la polemica politica del giorno per giorno, possono fornire l’occasione per guardare anche al contesto nel quale si inserisce questo strumento finanziario europeo: il contesto nazionale e quello dello stato in cui si trova la difesa comune europea.

Difesa europea e scelte italiane

Per quanto riguarda il nostro Paese, il dibattito sull’adeguamento della difesa alle nuove sfide e alle nuove tecnologie appare in gran parte incentrato su necessità oggettive, che era comunque previsto di affrontare, anche nel quadro del contributo italiano al rafforzamento del pilastro europeo della Nato, anziché su proposte di nuove spese militari. In tal senso il SAFE può essere visto come uno strumento che, in qualche modo, si colloca sulla strada di un maggior coordinamento europeo per la difesa.

Proprio perché non si tratta di spese militari aggiuntive, ma di modalità diverse di finanziamento di spese già previste, trovano una loro ragione anche le considerazioni di bilancio volte a raffrontare, in termini di convenienza, i prestiti SAFE con l’emissione di nuovo debito pubblico per il finanziamento dei progetti.

Non appare politicamente trascurabile anche l’aspetto, per così dire, contrattuale del ricorso al SAFE, se tale passaggio verrà sfruttato dal nostro Paese anche per lanciare un messaggio alla Commissione europea sulla necessità di considerare pure le spese straordinarie per l’energia, e non solo le maggiori spese militari, al di fuori del Patto di stabilità.

Prestiti comuni, investimenti strategici e sostenibilità dei conti pubblici

Un altro dettaglio che risulterà decisivo per una valutazione sull’accesso al SAFE è costituito dalla scelta delle voci da finanziare.

Il programma europeo di prestiti, infatti, sostiene acquisti comuni e investimenti in due categorie principali: la prima, più offensiva, riguarda settori come munizioni e missili, sistemi di artiglieria, comprese capacità di attacco in profondità di precisione. La seconda categoria comprende, fra l’altro, sistemi di difesa aerea e missilistica, capacità marittime di superficie e subacquee, sistemi antidrone, intelligenza artificiale e tecnologie dello spazio.

Le dichiarazioni del ministro Crosetto lascerebbero intendere una scelta delle voci da finanziare in linea con il dettato costituzionale.

Dalla cooperazione militare a una nuova architettura di sicurezza europea

Così anche su scala europea, ciò che finirà per definire la natura del SAFE sarà il contesto che si crea. Occorre evitare il prevalere della celebrazione del riarmo nazionale, quello tedesco fondamentalmente, e cercare di guardare al programma SAFE come allo strumento che, con realismo, può rimettere in cammino un percorso di difesa comune europea, per il quale, seguendo anche le indicazioni di Mario Draghi, occorre muoversi con ciò che è possibile fare, senza bloccarsi in attesa di riforme istituzionali, importanti ma che necessitano di tempi lunghi, durante i quali l’Europa non può permettersi di rimanere bloccata.

Qui si colloca un’ampia serie di interventi già possibili – dalla standardizzazione dei sistemi alle sinergie fra i grandi gruppi della difesa per economie di scala e razionalizzazione della spesa – che richiedono solo una precisa volontà politica di maggiore cooperazione fra il ristretto numero di Paesi dell’Unione europea che dispongono di maggiore capacità industriale nel settore della difesa.

Tutto questo esige però un cambio di rotta sull’approccio europeo alle crisi in corso nel nostro continente. Senza una strategia che punti alla soluzione diplomatica dei conflitti, non potrà mai esserci una capacità militare adeguata a una logica di scontro che finisce per fagocitare progressivamente le risorse destinate allo sviluppo dei popoli. Accanto ai piani per adeguare la difesa, urge la riapertura di un dibattito su una nuova architettura di sicurezza e di cooperazione in Europa, recuperando lo spirito che portò nel secolo scorso agli Accordi di Helsinki, per i quali il ruolo esercitato dall’Italia fu tutt’altro che secondario.