Roosevelt, il profeta della civiltà nuova.

Sergio Paronetto pubblicava nel 1933 su “Azione fucina” il seguente articolo (titolo originale “Roosevelt e il demiurgo”). Lo riproponiamo a ridosso dell’anniversario della sua dipartita, celebrato ieri con una messa officiata da Mons. Paglia.

Chi è e che pensa questo Roosevelt, che col suo abbondante sorriso di ottimista, ma anche con la sua formidabile attrezzatura del suo Brain Trust, della sua N.I.R.A., dei suoi mille tecnici, con un apparente semplicismo che è stato definito fanciullesco, ma con poteri e responsabilità inauditi, afferma con una invidiabile sicurezza, di voler ridare l’ordine e la prosperità alla sua nazione e al mondo, e lascia volentieri credere di essere il profeta della civiltà nuova? Non c’è ancora il Ludwig che in qualche modo soddisfi questa nostra sete di afferrare la personalità e comprendere gli intimi moventi, per sorprendere nei suoi momenti creativi quest’uomo erede di un grande nome, e che è senza dubbio destinato a lasciare una traccia profonda nella fisionomia del nostro tempo. Pure, di Roosevelt oggi parlano un po’ tutti: quella caratteristica figura di vecchio inglese, martire dell’ortodossia politica ed economica, che è Lord Snowden scrive (in «Le Mois» di agosto) con molto poco rispetto della rigida etichetta, un articolo dal poco lusinghiero titolo «Roosevelt, risée du monde», burletta del mondo. Frattanto un ottimo Padre Aroldo Barr, parla, alla radio di Augusta, del Presidente come del realizzatore di un nuovo ordine di giustizia sociale molto vicino a quello delle grandi Encicliche di Leone XIII e di Pio XI.

Opinioni estreme: ma, io credo, in un certo senso egualmente giustificate, per chi si soffermi a giudicare la concreta attività politica ed economica di questi primi mesi di governo. Giudicare i condottieri di popoli è estremamente difficile anche a distanza di tempo: ora poi non si cadrebbe che nelle briciole dei dettagli. Anche se questi dettagli si chiamano dollaro avariato, codici industriali, contingenti di importazione, manovre sull’oro, controllo dei prezzi. È possibile trovare una unità nell’opera inevitabilmente discorde e frammentaria di quest’uomo che non ignora nessuna delle zone della vita sociale, e che ne ha investito tutti i problemi con l’intenzione e anche la possibilità di risolverli?

Quello che c’è di essenziale è che Roosevelt sta affrontando (più o meno coscientemente, ma questo non ha ora importanza) nel più vasto e completo e anche più progredito campo sperimentale che la nostra civiltà possa offrire, i problemi fondamentali del nostro tempo.

Si vedrà finalmente se l’uomo col suo cervello è in grado di afferrare e vincere la complessità della vita sociale e se quella vecchia sovrana spodestata che è la ragione sarà ancora capace di governare il mondo. Oppure, se proprio nel paese della razionalizzazione, delle raffinatezze statistiche, e dei grandi capitani d’industria, non si è più capaci di frenare l’evocato folletto del progresso meccanico. Ha ragione forse Valéry quando parla di un ritardo della intelligenza sociale e politica, rispetto all’enorme progresso della intelligenza tecnica e scientifica; ed in fondo la ragione intima dell’esperimento di Roosevelt, quella che spiega il suo spirito «programmatico», i suoi «codici», il suo «trust dei cervelli», non si potrebbe in miglior modo interpretare che come appunto un grande e quasi disperato tentativo di far progredire l’«intelligenza sociale», per affermare il sistema della vita economica, comprenderlo, controllarlo, disciplinarlo, guidarlo. Questa la posizione spirituale di Roosevelt che risulta con sufficiente chiarezza dall’ormai celebre Sguardo nel futuro, il suo volume-programma, tradotto in tutte le lingue e diffuso in decine di migliaia di esemplari. Non bisogna però dimenticare che i programmi sono la cosa al mondo più facile da fare e che, secondo il vecchio adagio, tra il dire e il fare…

Ma neppure sarebbe giusto andar a controllare, miopi necrofori, quanta volte – e invero non sono poche – i fatti abbian fatto modificare idee e programmi e quali delle promesse di meno di un anno fa siano state fatte al vento. Anche perché a Roosevelt resta più di un giudizio di appello. Il problema che Roosevelt si è posto, e con lui, con più o meno coscienza, tutto il suo popolo, è lo stesso problema dell’uomo sociale del nostro tempo, il quale si chiede, non senza sgomento, se la civiltà lo guidi fatalmente verso l’ideale della repubblica di termiti, in cui con una logica ferrea, gli sarà assegnato razionalmente il suo posto, la sua casella, il suo carico di doveri e di dolori, la sua dose di felicità, per giungere magari all’utopistico «condizionamento delle idee» dello spaventoso Mondo nuovo di Huxley.

Lo stesso problema si pone, con singolare accento di sincerità e con vero calore di cosa vissuta, ma con una imprecisione di termini e una sostanziale nebulosità di concetti, che lasciano perplessi, un altro uomo del nostro tempo, Filippo Burzio, l’inventore del Demiurgo. Il caso, o l’accortezza di un editore abile come Bompiani, mi pone sul tavolo accanto allo Sguardo nel futuro, questo Demiurgo e la crisi occidentale: cosa c’è in comune tra il capo della più grande nazione della terra e questo modesto profeta del Demiurgo, cui la lusinghiera menzione del Premio Viareggio non ha saputo dar le ali della notorietà?

Gli accostamenti impensati e audaci, qualche volta, come i paradossi, acuiscono la sensibilità: Burzio non ha certo mai pensato che le sue formule di vita demiurgica, messe insieme e trasportate alla Casa Bianca, possano apparire, galvanizzate dal contatto con la realtà della responsabilità di un grande popolo, proprio come il «codice» che guida il passo, nei suoi moventi psicologici di chi con i «codici» vuol governare la vita sociale di una grande nazione. Quel «distacco», quella «magicità», quel jouer au miracle, che dovrebbero essere le doti di questo Demiurgo novecentesco, e, insieme, quel suo voler viver tutta la vita, voler conquistare tutte le posizioni e non negarsi nessuna possibilità, si risolve in fondo in quel senso di ribellione contro la asserita inesorabilità e immutabilità delle leggi sociali e in particolare economiche che forma la base psicologica dell’azione di Roosevelt, che dà energia di principio attivo ai suoi «piani» e ai suoi «codici». 

Quell’«entusiasmo», quella immaginazione, quel coraggio cui fa appello così di frequente Roosevelt, non è una cosa sola con quella mistica dell’azione che muove e fa agire il burattino demiurgico, che invano tenta di trovare una ragione più intima e profonda di questo suo perpetuo adeguarsi alla realtà dell’azione, la sola, in fondo, che egli sappia vedere? E non è demiurgico quel voler applicare il «cervello» a risolvere tutti i problemi della vita sociale, in un ansito verso un irraggiungibile universalismo di cultura e di vita? Ma l’analogia che più colpisce è la posizione di fronte alle impellenti decisioni della vita concreta: Roosevelt ha ripetuto più d’una volta che il suo non è che un esperimento, che può anche non riuscire. In tal caso egli riproverà ancora con altri mezzi, con altri principii: Roosevelt non crede, in fondo, a se stesso. Affiora qui quella terribile dote della «equivalenza», della «gratuità», della indifferenza, di cui Burzio decora il suo fantoccio, sempre freddo e sereno di una astratta lucidità che fa paura, e che è marchio di impotenza e sintomo di una spaventosa povertà di motivi concreti dell’agire. Il Demiurgo di fronte agli ostacoli della complessità della vita si ritira in un prato a osservare la vita degli insetti, chiudendosi nel nocciolo della sua vuota ed astratta vita interiore, che resta, alla fine, l’unico rimedio concreto che Burzio sappia suggerire ai mali del nostro tempo e alla crisi dell’occidente.

E qui cessa, fortunatamente, l’affinità spirituale tra Roosevelt e il Demiurgo. Perché Roosevelt non vorrà, biblico costruttore di una nuova Torre di Babele, lanciare col Demiurgo il grido tremendamente superbo, ma intimamente disperato: «L’uomo ha voluto navigare ed ha navigato, ha voluto volare e ha volato: da tanti secoli che pensa a Dio, non dovrà servire a niente?». Cessa questa affinità spirituale tra Roosevelt e il Demiurgo, forse perché la vecchia Europa, non quella intimamente corrosa e malata di Burzio, ma quella dell’equilibrio, della misura latina, e più ancora del primato dello spirito e del realismo cristiano, continua ancora a inviare, aldilà dell’Oceano, il suo messaggio di ordine, di serenità, di fiducia, di ragionevolezza. Se è una civiltà nuova quella che sorge, essa non potrà che essere – in qualche modo – una civiltà cristiana.

 

[Tratto da «Azione fucina», a. VI, n. 35, 17 dicembre 1933, p. 1]