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Rosario Livatino, la fede che diventa giustizia

Il 29 ottobre la Chiesa ricorda il giudice ucciso dalla mafia. Una testimonianza di coerenza cristiana e responsabilità civile che interpella tutti, e in modo particolare la tradizione del cattolicesimo democratico.

La forza mite di una testimonianza

Ci sono figure che, senza cercare di diventare simboli, finiscono per parlare alla coscienza di un intero Paese. Rosario Livatino è una di queste. Il giovane magistrato assassinato dalla mafia il 21 settembre 1990, a soli 38 anni, ci consegna una testimonianza nella quale il rigore della giustizia si accompagna alla profondità della fede.

La Chiesa lo ricorda il 29 ottobre, anniversario della sua cresima, ricevuta nel 1988, quando aveva già 35 anni. Una scelta adulta, consapevole, che aiuta a comprendere quanto la dimensione religiosa fosse parte integrante della sua esistenza.

Livatino non esibiva la propria fede. La custodiva con discrezione, lasciando che fosse il comportamento quotidiano a renderla riconoscibile. Non chiedeva privilegi per le proprie convinzioni, né confondeva il servizio dello Stato con l’appartenenza religiosa.

 

La giustizia come servizio alla persona

È proprio questa distinzione, vissuta senza separazioni, a rendere particolarmente preziosa la sua lezione. Livatino sapeva che la giustizia esige indipendenza, competenza, coraggio. Ma sapeva anche che nessuna funzione pubblica può smarrire il riferimento alla dignità della persona.

La sua fermezza contro la criminalità organizzata nasceva da una concezione alta del dovere. Non c’era ostentazione, non c’era ricerca del consenso. C’era la serena determinazione di chi considera la legalità un bene comune, soprattutto a tutela dei più deboli.

 

Un’eredità per i cattolici democratici

A questa testimonianza il mondo cattolico deve guardare con particolare attenzione. E noi cattolici democratici abbiamo una ragione in più per sentirla vicina.

Nella nostra tradizione, la fede non è mai stata pensata come alternativa alla responsabilità civile, ma come una delle sorgenti più profonde dell’impegno per il bene comune. Il rispetto delle istituzioni, la difesa della legalità, la centralità della persona appartengono a un patrimonio che Livatino ha interpretato con straordinaria semplicità.

Non si tratta di appropriarsi della sua figura, che appartiene all’intera comunità nazionale. Si tratta piuttosto di riconoscere nella sua vita un richiamo esigente alla coerenza tra ciò che si crede e ciò che si fa.

Nel giorno della sua memoria, il giudice ragazzino ci ricorda che la democrazia ha bisogno di istituzioni giuste, ma anche di coscienze capaci di servirle. E che la fede, quando è autentica, non domanda riconoscimenti: genera responsabilità.