Home GiornaleSchuman, l’Europa si costruisce: la pace ha bisogno di coraggio e concretezza

Schuman, l’Europa si costruisce: la pace ha bisogno di coraggio e concretezza

La Dichiarazione del 1950 indica una strada ancora attuale: creatività politica, solidarietà concreta e piccoli passi per costruire un’Europa capace di promuovere la pace.

Le radici di un progetto ancora aperto

Il recente viaggio apostolico di Leone XIV in Francia e, specialmente, l’omaggio che il papa ha reso a Robert Schuman hanno richiamato l’attenzione sulle “radici” dell’Europa e sulla cosiddetta Dichiarazione Schuman del 9 maggio 1950, considerata l’atto di nascita dell’Europa unita, tanto che in questa data è stata fissata la Giornata dell’Europa.

Ma l’anniversario del discorso pronunciato da Schuman può offrire l’occasione per riflettere sul senso dell’Europa, realtà storico-culturale prima che geografica, e sull’Unione europea di ieri e di oggi. Mi sembra che dalla Dichiarazione Schuman si possano estrarre alcune indicazioni di carattere filosofico, che danno da pensare alla politica in generale e a quella europea specificamente.

 

La pace richiede sforzi creativi

L’incipit della Dichiarazione fornisce il presupposto; così recita: «La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano». È importante sottolineare l’espressione “sforzi creativi” e soprattutto il fatto che gli sforzi debbano essere “creativi”; anche per la pace l’immaginazione può e deve giocare un ruolo; diversamente si rischia di essere ripetitori stanchi di formule algide.

La pace richiede inventiva, capacità di aprirsi al nuovo; le vie della pace possono essere non solo quelle collaudate, ma anche altre inedite, e ciò che non è stato sperimentato richiede sempre una buona dose di coraggio. La creatività non è astrattezza, ma concretezza originale, che reclama impegno senza retorica e moralismo, che invece caratterizzano spesso l’approccio alla pace, dando luogo a quello che Leone XIV chiama “ingenuo irenismo”: non di questo si nutre la pace, che non ha bisogno di essere proclamata quanto costruita con un eroismo della quotidianità.

Successivamente la Dichiarazione afferma: «Il contributo che un’Europa organizzata e vitale può apportare alla civiltà è indispensabile per il mantenimento di relazioni pacifiche», e con ciò riconosce l’apporto che può provenire dall’Europa per l’edificazione della pace.

Occorre avere contezza di questo contributo, definito addirittura “indispensabile”: si badi, ciò è tutt’altro che un’affermazione eccessiva, serve a rendere anche più impegnativo il ruolo dell’Europa, alla quale è richiesto, a tal fine, di essere “organizzata e vitale”, per dire che non si può improvvisare. E non c’è contrasto tra la richiesta di “sforzi creativi” e la configurazione “organizzata e vitale”: questa senza quelli scade nella burocrazia, e quelli senza questa scadono nel velleitarismo.

 

L’Europa non nasce una volta per tutte

E veniamo al punto cruciale, quando nella Dichiarazione si afferma che «L’Europa non potrà farsi una sola volta, né sarà costruita tutta insieme». Un po’ alla volta, infatti, si è costruita l’Europa e continua a costruirsi: dai sei paesi fondatori della Comunità europea ai ventisette membri attuali dell’Unione europea, e non finisce qui.

Ne consegue l’avvertenza importante per l’Europa: di non pensare di farsi una volta per tutte e per sempre; vale invece la logica della costruzione, con le sue leggi di gradualità e di fattibilità, all’insegna di una prassi generativa.

E qui si inserisce un’indicazione metodologicamente preziosa della Dichiarazione, vale a dire che l’Europa «sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto»: due i punti rilevanti di questa affermazione, la concretezza e la solidarietà; quindi non astratte teorie né esclusivi interessi. L’Europa ha invece bisogno di misurarsi con iniziative specifiche all’insegna della condivisione e della collaborazione.

Si tratta di una filosofia che nulla concede all’ideologismo né all’utopismo, ma esercita un realismo, richiamato anche da Jean Monnet, l’altro architetto dell’unità europea, con il cosiddetto metodo dei “piccoli passi”: piccoli, ma di chi sa dove vuole andare e arrivare.

 

Piccoli passi, un grande ideale

E più avanti ancora la Dichiarazione precisa la necessità di «concentrare immediatamente l’azione su un punto limitato ma decisivo»: la concretezza reclama un obiettivo delimitato da perseguire senza indugio o procrastinazione; ancora una volta l’indicazione è di estrema praticità.

Epperò s’inserisce in un contesto che è quello della costruzione europea; non è quindi un asfittico fare, ma un fare in vista di uno scopo che lo sopravanza. Solo che questo scopo non è indicato astrattamente, ma guardato attraverso una programmazione limitata e mirata: una programmazione che alle origini della Comunità europea era economica — più precisamente riguardava la condivisione della produzione del carbone e dell’acciaio — ma fin dalle origini legata a un ideale: quello europeista o federalista.

 

Dall’idealità alla costruzione della pace

Insomma, la teoria è motivata dalla prassi: di essa si nutre e la nutre, rompendo il circolo vizioso di una teoria autarchica o di una prassi subordinata. Il circolo virtuoso che si può trarre dalla Dichiarazione Schuman è l’interazione di teoria e prassi, di idealità ed economia, che avviano un modello nuovo di costruzione statuale: aperto e collaborativo, e impegnato nella “salvaguardia dei suoi fini pacifici”.

Ancora una volta, la pace non come astratta idealità — ideologia — ma la pace come costruzione, come pacificazione.