di Michele Graziosetto
La stabilità come strumento e non come slogan
Da più di qualche tempo si sente parlare di garantita “stabilità” di governo, come se fosse un obiettivo e non lo strumento pratico del progetto di governo finalizzato alla trasformazione del Paese. Lo scopo di ricordarla – la stabilità – consiste nel sottolineare che siamo sempre alla solita ‘vulgata’ di quei governi che poi la storia civile del Paese ha spazzato via. Per l’ uomo della strada (o per quel ceto medio che non c’è più), da sempre, “stabilità “ ha un significato preciso: diminuire le distanIze ‘sociali’ tra le aree del Paese, che abbisognano di soluzioni pratiche e di tempi determinati preventivamente.
Tutti gli strati sociali ambiscono alla “stabilità” come sistema in cui esercitare un’operosa attività che abbia almeno un medio termine, per poter concretizzare e ‘misurare’ gli obiettivi raggiunti. Diversamente, sarebbe un’altalena di caotiche iniziative senza sugo né prospettiva. Insomma un ‘juste mileu’ che sia argine e sponda di un liberalismo aperto e creativo. Quindi, una sorta di restituzione di coraggio per chi vuole rischiare economicamente e, allo stesso tempo, un contesto che eviti avventurismi approssimativi. In più, la stabilità creerebbe il clima degli studi analitici che, per poter essere portati a termine, hanno bisogno di comprensibili spazi temporali. Con il conseguente risultato di ‘costruire’ un’opinione pubblica sedimentata e non frammentaria.
Il cittadino medio e il bisogno di speranza
L’ uomo della strada, cioè il cittadino medio o comune, ne sarebbe il primo fruitore: comincerebbe a recuperare il sogno della speranza e si sentirebbe ‘coinvolto’ anche “da e nel” progetto politico di un governo alternativo. Si aspetta, anzi egli pretende dopo tanta attesa, soprattutto da chi ha demonizzato i suoi predecessori, perché il nuovo governo prometta e “spieghi come” :
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- intervenire rapidamente a rimuovere la disoccupazione;
- promuovere una sanità che davvero funzioni;
- riavviare il sistema giudiziario che, in tempi ragionevoli, elimini l’arretrato e restituisca ai Comuni le preture e gli organici giudiziari;
- riqualificare e “proteggere economicamente” la scuola pubblica sia per le strutture sia per un normale e condiviso “lavoro didattico”, senza ostacolare (con il pressappochismo) chi tenta autonomamente la strada di un sistema educativo “paritario” e legalmente riconosciuto negli standard culturali statuali;
- aggiornare il sistema di reclutamento delle forze lavoro (trasparente e ridefinito a livello nazionale), in accordo con i sindacati, per un diverso e molto più umano sistema retributivo, equiparando le tabelle stipendiali (senza distinzioni pubblico-privato a tutti i livelli);
- elaborare una nuova politica dei trasporti pubblici, cui possono accedere, con notevole sconto, tutti i lavoratori pendolari e prevedere per tutti i cittadini dello Stato un abbonamento annuale per l’intera rete regionale e nazionale. In più, per tutti i pensionati una ‘carta ferroviaria’ gratuita per la regione di residenza, ‘quota forfettaria’ annuale per tutta la rete nazionale;
- ridefinire gli stanziamenti nei ministeri, con la riduzione degli esperti esterni, che non devono eccedere l’ 1% del personale di ruolo;
- ridefinire il numero dei parlamentari regionali (almeno riducendone il 5O %, (salvo iper le piccole regioni al 20%). Gli stipendi tabellari uguali a quelli degli altri dipendenti;
- trasformare tutti i consorzi (provinciali, regionali) restituendone la gestione allo Stato/Enti locali di competenza; etc…,eliminando stipendi da capogiro.
Il cittadino medio e il bisogno di speranza
Insomma, quel “ceto medio”, che nell’ultimo quarto di secolo ha visto perdere più del 50% del suo potere d’acquisto, potrebbe rendersi conto che finalmente il nuovo governo enumererebbe concretamente ‘poche cose’ (si fa per dire), per le quali, grazie alla stabilità potrebbe realizzare, impegnandosi anche a continuare e/o migliorare iniziative pregresse, portandole a conclusione, monitorandone – settimana per settimana – i risultati, onde evitare sprechi e negligenze.
Quando, quindi, si parla e discute di ‘stabilità’, quello che interessa ai cittadini non è il suo significato semantico, bensì la sostanza, cioè i risultati che essa ha prodotto. Se, di conseguenza, la ‘stabilità’ è soltanto un ‘feticcio’ che riproduce – assimilandolo – il pregresso tempo (cioè, della “cagnara fuori” e del “nullismo o quasi dentro”), allora questo lemma ha il sapore della menzogna e della falsità. Esso è soltanto un ‘refrain’, che non interessa né entusiasma più nessuno. Quell’uomo della strada non è tanto sciocco, perché è in grado di misurare ogni giorno il suo portafogli con quello di coloro che lo rappresentano. Si accorgerebbe subito della magagna e che il conto non torna. Perciò si sente defraudato. Ma se i ‘suoi’ conti tornano, sarebbe il primo a ritornare al voto, a sostenere la squadra di governo perché “finalmente” realizzatrice del programma o di sue parti consistenti
Dunque, quando ci avventuriamo in parole come “stabilità”, l’uomo della strada (ora ex-ceto medio) si farebbe serio e prodigo di entusiasmo, perché il governo dice “pane al pane…”, restituendo alla parola “stabilità” la sua sostanza ‘operativa’. Per l’ uomo della strada, insomma, “stabilità” significa far funzionare il “corpo” del Paese, in modo tale che la salute, il lavoro e la cultura possono migliorare, con interventi strutturali, per ottenere concreti risultati, se i mezzi usati siano concepiti con uno sguardo alle nuove trasformazioni geopolitiche nelle quali ci muoviamo, consapevoli, come qualche tempo fa, della nostra “missione equilibratrice e non offensiva” nel mondo. Solo riagganciando ai valori portanti della nostra storia costituzionale tutti gli altri popoli cointeressati ad uno sforzo comune, (senza sudditanze e senza affrettati allarmismi), si può evitare la crisi sociale: perciò, l’uomo della strada chiede di tentare di essere più pratici, partendo, fin da subito, da una premessa imprescindibile: riduciamo i costi del personale politico, applichiamo un sistema fiscale progressivo, prendiamo dagli extra profitti bancari ciò che spetta allo Stato, gettando il tutto sulla bilancia di chi sta diventando sempre più povero. Quindi, anche l’economia ritornerebbe nell’ingranaggio della politica.
Il valore autentico della stabilità
La “stabilità” riacquisterebbe, perciò, il suo autentico valore. Giustizia. In ultima analisi, se non ci riallineiamo alle nostre tradizioni di fattività, che mettano al primo posto sicurezza e lavoro, di questo passo anche i pochi giovani rimasti decideranno prima o poi di orientarsi per litorali più lontani, ove il merito e la normalità sono sinonimi di civiltà. All’ uomo della strada (ancora più ex ceto medio) non resterebbe che contare le aumentate sconfitte, che non è detto che dureranno in eterno. Perciò, quel ceto “medio” si aspetta un nuovo “centro” politico non inteso soltanto come posizionamento tra due ali, ma come strumento equilibratore, come “focus” dinamico, cioè di autentica trasformazione della società, in cui tutti i cittadini si sentano protagonisti. Rivoluzione sociale di un percorso condiviso. I Maritain o i Morin o i La Pira sarebbero finalmente rasserenati nel loro sonno eterno, perché una nuova società di pace e di giustizia sociale è capace di tracciare il proprio orizzonte politico con una visione filosofica della politica.
