Uno Stato che entra in tasca
Siamo abituati a parlare dell’Ucraina pensando alla guerra, alle armi, alla diplomazia e alla ricostruzione. Eppure proprio un Paese sottoposto da anni a una pressione militare enorme sta conducendo uno degli esperimenti più interessanti d’Europa sul terreno della pubblica amministrazione.
Si chiama Diia, in ucraino Дія. La parola significa “azione”, ma è anche l’acronimo di Derzhava i Ya: “lo Stato e io”. Già il nome contiene una filosofia.
Lanciata nel 2020 dal Ministero ucraino della Trasformazione digitale, nell’ambito del progetto dello “Stato nello smartphone” voluto dal presidente Volodymyr Zelensky, Diia è diventata progressivamente qualcosa di molto più importante di una normale applicazione.
Oltre 23 milioni di cittadini la utilizzano. Nell’app sono disponibili decine di documenti digitali, mentre attraverso il portale si accede a più di 150 servizi pubblici.
Passaporto, patente e altri documenti possono essere conservati digitalmente e utilizzati con valore legale. Ma Diia consente anche di aprire un’attività, richiedere certificati e contributi, sostituire documenti, accedere agli indennizzi per le abitazioni danneggiate dalla guerra e compiere numerose altre operazioni amministrative.
La rivoluzione non è l’app
Qui sta il punto. Sarebbe sbagliato guardare a Diia semplicemente come a un’app particolarmente efficiente.
La vera innovazione è l’idea di amministrazione che sta dietro lo strumento.
Nel modello burocratico tradizionale il cittadino deve conoscere l’organizzazione dello Stato: capire quale ufficio possiede un documento, procurarselo, presentarlo a un altro ufficio, compilare moduli e spesso comunicare alla pubblica amministrazione informazioni che la pubblica amministrazione già possiede.
Diia tenta di capovolgere il paradigma.
Non dovrebbe essere il cittadino a inseguire lo Stato. Dovrebbe essere lo Stato a organizzarsi intorno al cittadino.
È una differenza enorme. E non è tecnologica: è politica.
La tecnologia, semmai, rende finalmente possibile tradurre in pratica un principio antico della buona amministrazione: le istituzioni esistono per servire la persona e non per costringerla ad adattarsi alle proprie complicazioni.
Adesso arriva anche l’intelligenza artificiale
Il progetto sta compiendo un altro passo. Nel 2025 è stato introdotto Diia.AI, un assistente basato sull’intelligenza artificiale attraverso il quale il cittadino può descrivere in linguaggio naturale ciò di cui ha bisogno.
Non occorre necessariamente conoscere il nome esatto della procedura o individuare preventivamente l’ufficio competente. È il sistema che interpreta la richiesta, indirizza verso il servizio appropriato e, in alcuni casi, permette di avviare direttamente la pratica.
È qui che si intravede il possibile salto di qualità dell’amministrazione digitale: passare dalla semplice trasposizione online della vecchia burocrazia a una pubblica amministrazione capace di accompagnare il cittadino.
Naturalmente emergono interrogativi enormi. Protezione dei dati personali, cybersicurezza, affidabilità degli algoritmi, controllo pubblico delle infrastrutture digitali sono questioni che nessuna fascinazione tecnologica può permettersi di sottovalutare.
Non a caso Kiev sta lavorando anche sul tema della sovranità tecnologica, cercando di ridurre la dipendenza da sistemi di intelligenza artificiale controllati integralmente da soggetti esterni.
E noi, con SPID, CIE, IO e dintorni?
Il confronto con l’Italia diventa inevitabile.
Il nostro Paese non parte affatto da zero. Abbiamo SPID, Carta d’identità elettronica, app IO, ANPR, PagoPA, fascicoli digitali e una quantità crescente di servizi accessibili online.
Possediamo, insomma, molti dei mattoni necessari.
Il problema è che troppo spesso abbiamo i mattoni ma non ancora la casa.
Il cittadino continua a muoversi tra credenziali, portali nazionali, piattaforme regionali, siti comunali, applicazioni diverse e procedure che non sempre dialogano tra loro. Abbiamo digitalizzato molto, ma qualche volta abbiamo commesso il peccato originale della digitalizzazione italiana: trasferire sullo schermo la burocrazia invece di eliminarla.
Un modulo complicato non diventa semplice perché è compilabile online.
Una procedura inutile non diventa moderna perché si conclude con un clic.
La lezione che arriva da un Paese in guerra
C’è infine un paradosso che dovrebbe farci riflettere.
L’Ucraina sta costruendo questo modello mentre combatte una guerra, subisce bombardamenti, affronta attacchi informatici e deve garantire servizi pubblici a milioni di persone dentro e fuori dal Paese.
L’Italia opera fortunatamente in condizioni incomparabilmente migliori. Eppure continuiamo troppo spesso a considerare la semplificazione amministrativa come una riforma perennemente annunciata e mai definitivamente compiuta.
Diia non è un modello da copiare senza spirito critico. Tanto meno bisogna ignorarne i rischi. Ma contiene una domanda alla quale anche noi dovremmo rispondere: perché nel XXI secolo deve essere ancora il cittadino a conoscere la burocrazia invece della burocrazia a conoscere le necessità del cittadino?
Forse la vera trasformazione digitale comincia proprio da qui. Non mettendo semplicemente lo Stato nello smartphone. Mettendo finalmente il cittadino al centro dello Stato.
