Basta dire “decide il medico”?
Il Massachusetts ha compiuto un nuovo passo nella legislazione sull’aborto. La legge firmata il 10 agosto dalla governatrice democratica Maura Healey cancella, per le gravidanze oltre la ventiquattresima settimana, i vincoli che la normativa precedente elencava puntualmente: pericolo per la vita o per la salute, fisica o mentale, della donna; diagnosi fetali di eccezionale gravità. Al loro posto resta una formula assai più ampia — basta il «giudizio professionale del medico».
Non significa che da domani, in Massachusetts, gli aborti alla vigilia del parto diventeranno amministrazione ordinaria: i casi oltre le 24 settimane restano numericamente marginali, 99 nel 2024. Ma è proprio perché si tratta di situazioni estreme, spesso drammatiche, che la questione non si lascia liquidare con lo slogan secondo cui lo Stato deve semplicemente farsi da parte.
La critica dei vescovi
I vescovi cattolici del Massachusetts hanno bollato l’eliminazione dei vincoli legali sull’aborto tardivo come «una misura radicale» e «gravemente immorale». La loro posizione muove, naturalmente, dalla dottrina sulla dignità della vita umana dal concepimento alla morte naturale. Sarebbe però riduttivo leggerla come l’ennesima opposizione confessionale all’aborto.
Dietro le parole dei vescovi si affaccia infatti una domanda propriamente “politica”, prima che religiosa: esiste, nella fase avanzata della gravidanza, un interesse umano che l’ordinamento debba riconoscere e tutelare accanto all’autonomia della donna? Difficile sostenere che questa domanda si dissolva per il solo fatto di essere affidata alla relazione tra paziente e medico.
Le ragioni delle donne non vanno rimosse
Sarebbe però un errore, all’opposto, cancellare le vicende che hanno spinto il legislatore a intervenire. Sono documentati i casi di donne costrette a lasciare il Massachusetts dopo diagnosi fetali devastanti, perché medici e ospedali giudicavano la situazione non sufficientemente certa da rientrare nelle eccezioni previste dalla vecchia legge. È su questa sofferenza concreta che i sostenitori della riforma hanno costruito la loro battaglia.
Una posizione autenticamente pro-life non può rimuovere questo dato. Deve saper tenere insieme la tutela del nascituro e la prossimità verso una donna che riceve, magari al settimo o all’ottavo mese, una diagnosi terribile. Non a caso gli stessi vescovi, mentre condannano la legge, chiedono alla comunità cattolica e alla società civile di offrire risorse concrete per accogliere la vita e accompagnare le donne e le famiglie segnate da queste scelte.
Il problema è il confine
È qui che la vicenda americana interpella anche noi. Una democrazia liberale vive della libertà della persona, certo. Ma vive anche della capacità di riconoscere che non ogni problema umano si risolve dilatando all’infinito il principio di autodeterminazione.
Quando la gravidanza è avanzata, quando la possibilità di una vita autonoma non è più un’astrazione, il conflitto morale si fa più netto. La politica non dovrebbe aggravarlo con gli anatemi — ma nemmeno cancellarlo dietro una formula amministrativa.
La posizione cristianamente motivata – e perciò fedele alla difesa della vita – può esibire la sua forza pubblica se riformula la domanda in termini comprensibili anche a chi non condivide la fede: può una società davvero umana riconoscere soltanto la libertà di chi decide, senza attribuire alcun rilievo giuridico alla vita che quella decisione coinvolge?
È questo, più degli slogan contrapposti, il nodo che il Massachusetts lascia aperto.
