Home GiornaleSudan. Da guerra civile a pedina di un più vasto conflitto regionale

Sudan. Da guerra civile a pedina di un più vasto conflitto regionale

Tre anni di guerra civile hanno trasformato il Sudan in un epicentro geopolitico: crisi umanitaria senza precedenti e crescente coinvolgimento di potenze regionali ne fanno un nodo strategico tra Corno d’Africa e Mar Rosso.

Una tragedia dimenticata

Sono trascorsi già tre anni dall’inizio della guerra civile sudanese. L’anniversario di un conflitto devastante che ha provocato la più grande tragedia umanitaria in atto nel mondo (oltre 200.000 morti, ma probabilmente sono molti di più, decine di migliaia di feriti, 13 milioni di profughi e 25 milioni di persone ridotte alla fame) senza che la comunità internazionale e gli organi di comunicazione di massa ne avvertissero, se non sporadicamente, l’enormità, ha offerto l’occasione alla grande stampa internazionale per denunciare l’orrore che vivono quelle povere popolazioni con toccanti reportages sul campo. Ad esempio, qui in Italia, molto intensi sono stati gli articoli di Fabio Tonacci su Repubblica.

Ora però, trascorsi pochi giorni dal 15 aprile, tutto è già tornato alla normalità, ovvero al silenzio, soverchiato dalle notizie compulsive che informano sulla guerra principale, di enorme impatto mondiale e tale da confinare in periferia – sia nelle televisioni sia nella carta stampata – addirittura quella russo-ucraina.

Eppure quanto sta avvenendo in Sudan riveste un’elevata importanza geopolitica per tutta l’area del Corno d’Africa e del Mar Rosso, affatto secondaria nell’attuale scenario mondiale.

 

Origini del conflitto: il fallimento della transizione

La guerra è iniziata quando è esplosa la rivalità fra i due generali che avevano, appena due anni prima, attuato un colpo di stato che aveva vanificato il tentativo democratico avviato con la costituzione di un governo civile di transizione verso libere elezioni all’indomani della rivolta popolare che nel 2019 aveva abbattuto la pluridecennale dittatura islamica di Omar al-Bashir.

Sin dal suo inizio il conflitto ha assunto caratteristiche di estrema violenza, facendo precipitare il paese in un girone infernale del quale le maggiori vittime sono i civili, come sempre accade in questi casi.

Il generale Abdel Fattah al-Burhan comanda l’esercito nazionale, denominato Sudanese Armed Forces (SAF); l’altro generale, Mohammed Hamdan Dagalo detto Hemedti comanda un gruppo paramilitare, Rapid Support Forces (RSF), le cui radici risalgono alle milizie arabe Janjaweed che durante il regime dittatoriale di al-Bashir agli inizi del nuovo secolo effettuarono una sorta di “pulizia etnica” nei confronti delle popolazioni non-arabe residenti nel Darfur.

 

Un paese diviso e sull’orlo del collasso

Ed è proprio in questa regione che le RSF hanno concentrato i propri sforzi, distinguendosi per la ferocia con la quale terrorizzano la popolazione, e giungendo a conquistarla, instaurando un governo parallelo a quello di Khartoum e da qui spingendosi nel confinante Kordofan, ragion per cui si può sommariamente sostenere che, al momento attuale, il Sudan è diviso in due: il nord e l’est controllato dalle SAF, il sud e l’ovest dalle RSF.

Una situazione che molti analisti stanno cominciando ad assimilare a quella libica: contesti diversi ma simile divisione di uno Stato che pare prossimo al fallimento e forse fatalmente destinato a spaccarsi.

 

La regionalizzazione del conflitto

Questa guerra civile non è però solo lo scontro fra due gruppi sanguinari in lotta fra loro per accaparrarsi le ricchezze di una nazione che stanno distruggendo. Essa sta facendo venire alla luce rivalità regionali di una qualche importanza e finanche insospettabili fino a non molti anni fa. Come quella fra Arabia e Emirati Arabi Uniti, venuta alla luce con il conflitto yemenita e ora in dispiegamento proprio in Sudan.

Il fronte dei paesi interessati e coinvolti nella guerra sudanese è peraltro ancora più ampio. Ed il rischio di una sua esondazione oltre i confini di quella estesa nazione si sta facendo sempre più concreto, congiungendosi alla deflagrazione mediorientale.

Il Sudan, al di là di una agricoltura che può garantire generosi raccolti lungo tutto il corso del grande fiume, il Nilo, riveste infatti un’importanza strategica per tutti gli attori operanti nell’area: sia per la sua collocazione geografica alla giuntura del mondo arabo con quello africano sia soprattutto per le centinaia di km di costa sul Mar Rosso, uno dei canali principali del commercio mondiale.

 

Le alleanze in campo

Così, sin dall’inizio l’Egitto ha provveduto a sostenere l’esercito regolare sudanese e ad esso nel tempo si sono aggiunti il Qatar, l’Algeria e pure l’Iran. Al riconoscimento di al-Burhan quale legittimo capo del governo sudanese si è unita l’Eritrea, e con essa anche il Corno d’Africa è stato coinvolto nella vicenda. E non è mancata pure la Turchia, alla ricerca di un punto d’appoggio sul Mar Rosso nel quadro del suo ambizioso progetto di espansione geopolitica neo-ottomana.

A supporto delle RSF vi sarebbero gli Emirati Arabi Uniti, che però continuano a negare ogni loro coinvolgimento nel conflitto. Più recentemente si sarebbe associata anche l’Etiopia, sia pure non formalmente.

L’Arabia Saudita dal suo canto ufficialmente è rimasta neutrale e ha assunto un ruolo di mediatrice fra le parti ma in realtà supporterebbe economicamente le SAF, interessata alla stabilità di un paese che occupa le sponde occidentali del Mar Rosso, a pochi km in linea d’aria dalla città santa de La Mecca e dagli importanti insediamenti costieri aventi anche finalità turistiche in corso di realizzazione nell’ambito del piano di sviluppo “Vision 2030” voluto dal principe ereditario Mohammed bin Salman per diversificare l’economia saudita, ancora troppo legata ai soli introiti petroliferi.

 

Il rischio sistemico e lo scenario futuro

Oltre a ciò il timore di Riad – come pure dell’Egitto, soprattutto – è l’instabilità che potrebbe derivare in tutta la regione da un possibile collasso del Sudan negli sviluppi del quale potrebbero inserirsi gruppi islamisti radicali dalla vocazione terroristica e dunque sommamente pericolosi per la dinastia saudita, e non solo.

Anche Abu Dhabi, peraltro, è interessata ad un posizionamento strategico lungo le coste del Mar Rosso, ed evidentemente questo non può che essere ricercato nelle sue rive occidentali, quindi sudanesi. Ma non solo. Il Sudan è altresì di fatto il granaio emiratino, elemento questo essenziale per un paese che a causa della sua conformazione territoriale è costretto a importare la quasi totalità delle derrate alimentari e a tal fine ha sviluppato una rete di terre coltivate connessa attraverso porti e centri di ramificazione logistica la cui gran parte è allocata proprio nel Sudan.

La competizione crescente fra il Regno e gli Emirati, un tempo alleati e uniti in funzione anti-iraniana dalla comune appartenenza sunnita, sta pertanto estendendosi dopo l’iniziale avvio determinato dallo scoppio, oltre dieci anni fa, di un’altra guerra civile, quella nello Yemen.

Ora però entrambi gli stati sono sotto attacco iraniano e dunque con la comune necessità di rispondere ad esso senza però scendere direttamente in campo. Il comune pericolo e la comune appartenenza sunnita potrebbe ora riavvicinarli. E magari condurre ad un compromesso, ovvero a una spartizione del territorio fra i due generali inflessibilmente contendenti, nel disgraziato Sudan.