L’equivoco di Manzoni: avere ragioni non è avere ragione
Nell’ormai lontano 2005 mi sono occupato del prezioso volumetto del compianto Giovanni Jervis “Contro il relativismo”. Poniamoci in ascolto di un passaggio: «Secondo un aneddoto, Alessandro Manzoni fu chiamato un bel giorno a dirimere una lite fra due uomini che si accapigliavano per una questione di interessi. Decise di interrogarli separatamente e, sentiti gli argomenti del primo, disse: “Lei ha ragione”. Sentito il secondo, però, prima rimase pensoso poi concluse: “Anche lei ha ragione”. A questo punto si interpose una terza persona: “Ma come è possibile che abbiano ragione tutti e due?”. E Manzoni: “Ha ragione anche lei”. Un Manzoni relativista, dunque? Può darsi. Ed è giusto avere un po’ di simpatia nei suoi confronti, soprattutto se immaginiamo che non avrebbe voluto essere trascinato in quella situazione» (p. 41).
Poi l’autore continua a sviscerare il tema del relativismo. Io, tuttavia, proporrei lo stesso aneddoto per un altro discorso: quello sulla virtù del discernimento.
La vera Babele non è nella confusione degli idiomi, bensì nell’incapacità o nell’impossibilità di distinguere. Avere delle “ragioni” non vuol dire aver ragione: qui è l’equivoco di Manzoni.
Discernere nel concreto: tra intuizione e buon senso
Al cospetto, ad esempio, di conflitti familiari e di versioni differenti dei fatti, con la professione di psichiatra e psicoterapeuta vivo quasi ogni giorno dilemmi del genere. Occorre, perciò, distinguere, soppesare, contestualizzare. Rispettando “il particolare”, ma senza farsene travolgere fino a perdere di vista l’insieme. Ed è necessario molto buon senso: spirito di apertura, certo, però coniugato con il buon senso. Intuizione e riflessione, ecco gli ingredienti essenziali per discernere.
Una virtù decisiva per la politica e la convivenza
Una virtù, quella del discernimento, vitale in politica: altrimenti tutti paiono aver ragione e, dunque, nessuno. Basta considerare il quadro politico interno o lo scenario internazionale per rendersene conto. L’in-differenza è figlia proprio dell’incapacità a cogliere le differenze e il diverso peso o valore di questo o quell’argomento, di questa o quella “ragione”. Sempre consapevoli della complessità degli eventi e dell’animo umano, e tuttavia non per questo inetti, inermi, impotenti.
La parola “discernimento” può evocare un’atmosfera di “sacrestia” e, in effetti, un po’ tutti i grandi maestri del pensiero cristiano, in varie forme e con una varietà di sfumature e di accenti, si sono su di essa soffermati. In realtà si tratta di uno dei fondamenti della con-vivenza umana. Non è questione di bizantinismi o di lana caprina, tutt’altro: senza l’esercizio costante e appassionato di tale virtù e appellandosi solo ai principi generali, pur decisivi ma necessariamente (più o meno) astratti, il mondo rischierebbe costantemente di “andare alla rovescia”. Quante volte i peggiori tiranni – da Stalin a Pinochet – hanno giustificato i propri crimini appellandosi alla libertà o all’uguaglianza! Ed è così ancor oggi, oggi più che mai. Quante guerre si combattono in nome della pace!
Ed è proprio qui che si rende necessario discernere, in quanto “A” vale “A” e non vale “B”.
